Vendicò la figlia, sconto all’assassino

Si condanna «una vera e propria esecuzione, un atto di giustizia sommaria che, con diverso movente, anche solo un regolamento di conti fra pregiudicati, avrebbe condotto l’autore materiale all’ergastolo. E invece, a suo favore si è fatto passare in secondo piano il sentimento di vendetta e prevalere quello di un padre comunque offeso e ferito, valorizzando, ai fini della sanzione inevitabile, il principio costantemente ribadito dalla giurisprudenze di legittimità, secondo cui gli stati emotivi e passionali possono essere eventualmente rilevanti ai fini del riconoscimento delle attenuanti generiche (così la Cassazione, ndr)». La Corte d’assise d’appello di Milano motiva la pena di 18 anni di carcere a Emanuele Spavone, 37 anni, per l’omicidio dell’ex suocero Antonio Crisanti, a sua volta denunciato dalla figlia per aver abusato della nipotina. Il movente dei quattro colpi di pistola sparati contro il 63enne a Rozzano il 25 febbraio 2019 sono state infatti le violenze sulla figlia piccola dell’imputato di cui era accusato il nonno. Il presidente della Corte Ivana Caputo e il giudice relatore Franca Anelli spiegano poi che «l’asprezza» della condanna «può essere mitigata» per Spavone e per il complice Achille Mauriello per effetto di un ricalcolo degli effetti della continuazione tra il reato di omicidio e quello di porto abusivo d’arma. In Appello il 28 maggio scorso Spavone è stato condannato a 18 anni di carcere (in primo grado, con il rito abbreviato, a 20) mentre Mauriello a 12 anni (dagli iniziali 18).

I giudici hanno comunque confermato, come già successo in primo grado, l’aggravante della premeditazione. «Nessuna occasionalità – scrivono – è ipotizzabile se la vittima è stata appositamente cercata» e i due «hanno transitato più volte» nei luoghi frequentati dall’anziano ucciso. Si legge inoltre che «tutti i presenti si avvidero che non erano incontri casuali bensì perlustrativi al rintraccio di taluno». Spavone poi poco dopo il delitto disse a un conoscente: «L’ho fatto, questa volta l’ho fatto, adesso sono sereno». Secondo la Corte infine, la notizia degli abusi sessuali subiti dalla figlia piccola avrebbe ingenerato «nell’animo dell’imputato» un «sordo rancore, un ferale livore e, soprattutto, irrinunciabili propositi di vendetta nei confronti dell’autore di tali spregevoli azioni». Il 37enne avrebbe così deciso di farsi giustizia da sé e non di scegliere, come ha fatto invece la ex compagna, parte civile nel processo assistita dall’avvocato Lara Benetti, di denunciare gli abusi e l’incesto del nonno (padre della donna) nei confronti della nipotina.

ilgiornale.it

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