Uccisero il ladro in fuga, tutti prosciolti: “Fu legittima difesa”

“Fu legittima difesa”, ha affermato il giudice del tribunale di Perugia che ha così archiviato il procedimento per la morte di Eduart Kozi, cinquantenne di origini albanesi, morto per dei colpi esplosi dalla pistola di due carabinieri e una guardia giurata dopo una rapina in tabaccheria.

Ben quattordici in quel caso sono stati i proiettili usciti dalla canna delle pistole contro i ladri che stavano fuggendo in macchina. Uno di questi per “errore di esecuzione”, così è stato definito, ha colpito alla testa uno dei malviventi.

Una sentenza che arriva proprio nei giorni in cui è maggiormente infuocato il dibattito sui fatti di Voghera dove un assessore comunale è indagato per aver ucciso martedì sera, dopo una violenta discussione, un cittadino marocchino di 39 anni.

E mentre il pm di Pavia inoltra la richiesta di convalida del fermo al gip per il politico leghista accusato di eccesso di legittima difesa, il giudice per i fatti di Perugia archivia il processo nei confronti dei tre membri delle forze dell’ordine. Inizialmente, come riporta il Messaggero, sono stati accusati di omicidio colposo in concorso ma i risultati delle perizie hanno dimostrato come quei colpi esplosi ben 3 anni fa, nell’ottobre del 2018, non erano destinati all’uomo ma alla macchina in fuga. Il fatto è avvenuto nella frazione di Ponte Felcino dopo un furto in una tabaccheria e soprattutto dopo che l’auto in fuga ha speronato “almeno due volte” il mezzo delle forze dell’ordine. I tre malfattori sono partiti sgommando a bordo di una Audi ed è stata proprio quella sgommata ad abbassare fatalmente di pochi centimetri, secondo i periti, l’automobile. Per lo meno quanto bastava per rendere possibile l’errore di traiettoria che ha ucciso il ladro. Il corpo di quest’ultimo inoltre è stato abbandonato dai suoi complici, di cui non si hanno notizie, e trovato solamente il giorno dopo.

La famiglia dell’uomo ucciso che è da anni in città continua ad opporsi all’archiviazione del caso ma il giudice, tenendo conto delle memorie degli avvocati dei tre indagati, Nicola Di Mario e Alessandro Vesi, ha rilevato le “scriminanti dell’adempimento del dovere”. E soprattutto “dell’uso legittimo delle armi e della legittima difesa” poiché “i militari cercavano di bloccare la via di fuga ai malviventi”. Il modo di agire di quest’ultimi, sempre secondo quanto scritto dal giudice, “è stata quella di porre in essere manovre violente e pericolose pur di aprirsi un varco” non facendo mancare “ripetuti speronamenti” e “percorrendo traiettorie tali da mettere in pericolo anche l’incolumità fisica del vigilantes”.

Solo allora la guardia giurata e i carabinieri hanno aperto il fuoco. A comprovare che il bersaglio era l’automobile e non l’uomo sono stati gli otto colpi, su quattordici, ritrovati sull’auto. “Ciò comprova chiude il giudice che gli indagati hanno avuto di mira l’autovettura e non già alcuno dei malviventi” ha affermato il giudice. Per questo è stata possibile la teoria della “sussistenza della legittima difesa putativa ingenerata” per il carabiniere che ha esploso il colpo. Soprattutto perché come scritto anche nella documentazione “la situazione di pericolo è stata creata dagli stessi malviventi”.

ilgiornale.it

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