Tentano ancora di salvare i comunisti sbiadendo le loro atrocità: i vuoti di memoria di certi “storici”

Alcuni giorni fa il consiglio comunale di Genova ha approvato un ordine del giorno, su proposta di Lega e Forza Italia, poi passato con i voti dei gruppi di centrodestra e d’Italia viva (il Pd si è astenuto, mentre il M5S non ha partecipato alla votazione) per l’istituzione di un’anagrafe anticomunista. Il documento impegna sindaco e giunta ad aderire all’anagrafe antifascista istituita dal comune di Stazzema, ma anche ad istituire un’anagrafe virtuale “antifascista- antinazista- anticomunista- antidemocratica ed eversiva”, e a promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare contro la propaganda delle ideologie fasciste, naziste, comuniste, eversive e antidemocratiche, nonché contro la produzione e la vendita di oggetti e simboli che richiamino tali ideologie.

Il “ma anche anticomunista” ha scatenato nel capoluogo ligure una grande bagarre. I circoli territoriali del Pd, l’associazionismo di sinistra, a cominciare dall’Anpi (Associazione dei partigiani d’Italia), hanno manifestano il loro disappunto. L’imbarazzo maggiore è stato causato dalla notizia dell’astensione del gruppo del Pd, rimbalzata sulla segreteria nazionale del partito e subito seguita dalla marcia indietro da parte del partito locale, che è arrivato a parlare di errore, scusandosi con i “molti progressisti e sinceri democratici” per l’equiparazione tra l’anagrafe antifascista e quella anticomunista.

L’incidente avrebbe potuto dirsi concluso (con lo strascico di una richiesta, decisamente inusuale – da parte del segretario provinciale del Pd genovese, nonché consigliere comunale – di arrivare ad un ulteriore atto consiliare che cancelli l’ordine del giorno approvato) se non fosse stato accompagnato, sulla stampa locale, dal fuoco di fila degli immancabili “accademici” a senso unico, impegnati a stigmatizzare le “distorsioni dei fatti storici”, a tutto vantaggio delle “verità” del comunismo. A ben leggere di “accademico” e storicamente testato in certi interventi c’è ben poco, tanto paiono manipolatori, retorici, ripetitivi, sintetizzati in poche idee-slogan. Non parlarne vuole dire però lasciare il campo libero alle interpretazione di parte. Ed allora qualche puntualizzazione va fatta.

L’orientamento di fondo di certi “studiosi” è “salvare” il comunismo dalla condanna contro tutti i totalitarismi (peraltro espressa nella risoluzione del Parlamento Europeo, approvata nel settembre 2019, che ha equiparato nazismo e comunismo), sbiadendo le atrocità comuniste (delle quali il famoso “Libro nero”, curato da Stéphane Courtois, è un’esemplare testimonianza) sotto la coltre dei “fondamentali”: l’esaltazione dell’uguaglianza, l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la guerra di liberazione contro il nazismo.

Si dice: il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche il 27 gennaio 1945, ma prima di quella data non viene ricordato che ci fu il patto spartitorio Molotov-Ribbentrop, il massacro sovietico di Katyn (che portò all’assassinio di più di 22.000 prigionieri di guerra polacchi), il mancato intervento, tra l’agosto e l’ottobre 1944, per volontà di Stalin, delle truppe sovietiche in aiuto dei rivoltosi nazionalisti contro le truppe tedesche di occupazione.

Nello specifico italiano l’intendimento è contestare il legame (e le storiche affinità) tra Pci e regime sovietico, nel nome di una “via italiana” democratica e antistalinista, impegnata a dare un contributo fondamentale all’emancipazione delle classi popolari e alla costruzione di una moderna democrazia repubblicana.

Persino Hannah Arendt, intellettuale di origini ebraiche ed autrice, nel 1951, di “Le origini del totalitarismo”, viene messa sul banco degli accusati per avere gettato le basi all’indebita equiparazione tra nazismo e comunismo. Secondo questa vulgata lager e gulag non sono intercambiabili ed anche Togliatti, che tante responsabilità ebbe nell’opera di assimilazione del Pci all’Unione Sovietica (esemplare, nel marzo 1953, il titolo de “l’Unità”, organo del Pci, in occasione della morte di Stalin: “Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità”), viene emendato per il ruolo giocato dai comunisti nella Resistenza.

Anche qui equivoci si sommano ad equivoci. Basti pensare alla guerra che le bande partigiane “rosse” fecero nei confronti delle brigate bianche e laico-socialiste (un episodio tra i tanti l’eccidio di Porzûs), ai silenzi sulle foibe e alle connivenze con le forze titine, ai tanti “Triangoli rossi” (o “Triangoli della morte”) nei quali, nell’immediato dopoguerra, si registrarono un numero elevato di uccisioni a sfondo politico da parte di formazioni partigiane comuniste. Per non parlare della netta contrapposizione verso il mondo cattolico, con la conseguente spaccatura del fronte sindacale unitario e con una lunga scia di violenze ed omicidi (129 i sacerdoti uccisi, in Istria ed Emilia-Romagna, nei mesi immediatamente seguenti la fine della seconda guerra mondiale).

Non stigmatizzare queste sistematiche falsificazioni significa lasciare libero campo al tentativo di manipolare la verità storica, magari ad uso politico. La ricerca storica è una questione troppo seria per farne oggetto di polemica tra i partiti o di interpretazioni faziose. Soprattutto da parte di chi, per vocazione o mestiere, dovrebbe applicarsi, sine ira et studio, all’analisi del passato, fonti alla mano e possibilmente senza scheletri nell’armadio.

secoloditalia.it

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