Spunta un nuovo “anti Covid”: ecco come funziona il farmaco

Mentre si lotta contro il tempo per organizzare un’adeguata somministrazione di vaccini a tutta la popolazione italiana, europea e mondiale, parallelamente e senza troppo clamore procedono spediti anche gli studi per cercare di mettere a punto il miglior farmaco anti-Covid.

Ecco il pralatrexato

Pochissimi giorni fa ci siamo occupati (clicca qui per il pezzo) dell’importanza che il pralatrexato, un farmaco chemioterapico utilizzato per il trattamento dei linfomi, potrebbe avere nel bloccare il virus: è quanto emerso da uno studio cinese condotto su oltre 1.900 farmaci già in commercio per altre patologie.

Non solo: dallo studio emerge che supererebbe, come efficacia, anche il remdesivir, principale farmaco antivirale attualmente utilizzato per trattare i pazienti con Covid-19. “Il nostro studio ha scoperto che il pralatrexato è in grado di inibire potentemente la replicazione di Sars-Cov-2 con un’attività inibitoria più forte rispetto al Remdesivir, nelle stesse condizioni sperimentali”, riferiscono gli autori, guidati dal dottor Haiping Zhang degli Istituti di tecnologia avanzata di Shenzhen e riportato dal quotidiano inglese Daily Mail – “Identificare farmaci efficaci in grado di trattare il Covid-19 è importante e urgente, in particolare i farmaci approvati che possono essere immediatamente testati negli studi clinici”.

“È ancora presto”

“Al momento, dal punto di vista clinico non si può dire nulla: il pralatrexato è stato selezionato in uno studio di modellistica molecolare in vitro tra 1.900 altre molecole per le sue teoriche capacità di agire forse meglio di altri come inibitore della replicazione del virus Sars-Cov-2”, ci ha detto in esclusiva Renato Bernardini, Professore ordinario di Farmacologia all’Università di Catania e membro del Consiglio Superiore di Sanità.

Come funziona. Ci siamo fatti spiegare dal Prof. qual è il meccanismo per cui questo farmaco riuscirebbe a bloccare l’avanzata del virus. “In uno studio cinese di molecular docking in vitro è stato osservato che il pralatrexato si lega più avidamente di altre molecole ad un target virale, l’enzima Rna polimerasi Rna dipendente, essenziale per la replicazione del coronavirus, inibendola”. Il meccanismo d’azione è simile a quello del remdesivir, già in commercio come anti Sars-Cov-2 ma questo farmaco pare avere un quid in più. “Tale migliore attitudine di pralatrexato a bloccare l’enzima è stata in seguito verificata in colture cellulari in vitro, confermandone l’efficacia in questo sistema semplice. In sintesi, il pralatrexato mostra in vitro una migliore capacità di interferire e bloccare i processi di replicazione virale”, sottolinea Bernardini.

“Mancano i dati”. Dalla teoria alla pratica, però, c’è di mezzo il mare. Lo studio è nuovo ed è ancora presto per immaginare qualche paziente che possa essere curato con questo farmaco ed a quale categoria di malati possa essere destinato.

“Non esistono dati, in aggiunta a quanto definito in vitro, che possano permettere al momento di predire quale possa essere l’indicazione di pralatrexato nella clinica di Covid. Allo stato attuale, non si può prevedere in quali dei pazienti affetti dal virus (stadi iniziali oppure stadi avanzati della malattia) pralatrexato possa trovare più opportuna applicazione”, afferma il docente catanese. Per poter proseguire la strada intrapresa, qualora si decidesse di proseguire questi studi estremamente preliminari, è necessaria una sperimentazione in specie da laboratorio e, in seguito, nell’uomo.

“Considerato il particolare periodo di emergenza, considererei un minimo di quattro-sei mesi per il completamento di tali primi protocolli sperimentali in vitro, tempi comunque accelerati rispetto ai tempi standard”.

Gli effetti collaterali

Come tutti i farmaci, a maggior ragione quelli speciali in grado di curare i tumori, gli effetti collaterali non sono da sottovalutare: è molto importante valutare rischi e benefici. Poiché viene utilizzato per le persone con linfoma terminale, il suo utilizzo sui pazienti con Covid-19 non è ancora garantito. “Il pralatrexato è attualmente utilizzato nella clinica dei tumori e specificamente dei linfomi a cellule T.: è quindi un farmaco antineoplastico che, in analogia al più conosciuto metotrexato, inibisce efficacemente la sintesi dei folati, composti essenziali alla moltiplicazione delle cellule tumorali.

Come per molti antineoplastici, il rischio di effetti indesiderati è relativamente alto”, ci dice Bernardini. In ogni caso, si deve considerare che un potenziale uso sui malati Covid sarebbe molto diverso rispetto a chi è affetto da tumore. “Bisogna però considerare due elementi importanti nella rivalutazione del profilo rischio/beneficio: la durata relativamente breve del trattamento (rispetto ai tumori) e il regime di dosi che potrebbe essere significativamente diverso, comportando quindi un miglioramento teorico dello stesso rapporto rischio/beneficio”.

Cosa ne pensa la comunità scientifica. I dati clinici sono incompleti ed insufficienti: è per questo motivo che la comunità scientifica non si pronuncia né si sbilancia. Quale membro del Consiglio Superiore di Sanità, il Prof. Bernardini sottolinea come prudenza e buon senso invitano a non lasciarsi andare a facili entusiasmi o allarmismi. “Non si può parlare di dubbi o certezze prima che un farmaco venga sperimentato in clinica – afferma – l’unico confronto sarà possibile in uno studio controllato e randomizzato: si aspettano, quindi, eventuali dati clinici che al momento non sono disponibili”.

Tutti gli altri farmaci

Mentre il controverso remdesivir non gode di buona fama, tant’è che l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) lo ha rivalutato lo scorso 26 novembre ed autorizzato solamente per l’uso “in casi selezionati, dopo una accurata valutazione del rapporto benefici/rischi”, per l’idrossiclorochina va ancora peggio, sospesa sia per l’uso terapeutico (ospedaliero e territoriale) sia per l’uso profilattico, “sulla base delle evidenze che si sono progressivamente accumulate e che dimostrano la completa mancanza di efficacia a fronte di un aumento di eventi avversi, seppur non gravi”.

“Il virus lo abbiamo adesso” Un farmaco ci salva dal Covid

Accanto ai flop, ci sono speranze che continuano ad essere alimentate dalla ricerca: un mese fa ci siamo occupati del baricitinib, un farmaco già in commercio ed utilizzato normalmente per combattere l’artrite reumatoide. L’uso su 83 pazienti con polmonite Sars-Cov-2 moderata o grave ha ridotto del 71% la mortalità migliorando il quadro respiratorio e con una maggiore ossigenazione del sangue. Per conferme maggiori, dovremo aspettare i prossimi mesi.

“Per quanto riguarda baricitinib, sono attivi al momento poco più di una decina di studi che dovrebbero offrire i risultati tra la fine di marzo e la fine di giugno 2021”, ci ha detto Bernardini. Ed un’altra potenziale buona notizia l’abbiamo anche dal molnupiravir (qui il nostro articolo) che blocca la tramissione del Covid nei furetti: il contagio tra questi animali è molto simile a quanto avviene sull’uomo, anche per quanto riguarda la sintomatologia generale. L’esperimento può dichiararsi riuscito quando, nella stessa gabbia, sono stati messi animali infettati accanto a furetti sani e non trattati e nessuno è stato infettato. In ogni caso, la differenza animale-uomo è enorme e “non sembra siano ancora attivi, al momento, studi clinici”, afferma il docente.

Le soluzioni per il 2021

Al di là dei vaccini che, sappiamo, rappresentano la prevenzione numero 1 contro il Covid, nel mondo sono attivi oltre tremila studi molti dei quali riguardano l’uso di nuovi potenziali farmaci: per nessuno di questi, al momento, sono state ancora tratte conclusioni definitive. “Bisognerà aspettare un altro paio di mesi”: tra questi, i più promettenti per la clinica sono gli anticorpi monoclonali, alcuni dei quali già autorizzati in emergenza dall’Fda americana, che, somministrati in diverse fasi della malattia, “possono immunoneutralizzare il Sars-Cov-2 e renderlo quindi innocuo in quegli individui che hanno già contratto l’infezione”, sottolinea Bernardini.

Alcuni di essi potrebbero essere già disponibili in via sperimentale nel nostro Paese entro la fine di questo mese di gennaio, mentre per altri farmaci della stessa classe, di cui alcuni sviluppati in italia, bisognerà attendere la fine di marzo-aprile. “Escluderei il riferimento a farmaci che agiscono come vaccini che restano l’unico strumento, somministrati in individui non affetti da malattia, in grado di prevenire l’infezione e anche la contagiosità. Nulla a che fare con i farmaci”, conclude.

ilgiornale.it

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