‘Scusate figli miei, voglio morir’ I messaggi dei pazienti Covid

Morire di solitudine e affidare l’ultimo messaggio d’addio ai propri cari sulle pagine della settimana enigmista. Un dramma umano, intimo e profondamente lacerante, quello che si consuma nei reparti Covid degli ospedali dove i pazienti ricoverati vivono in isolamento forzato, lontani dalle famiglie.

Sotto quei caschi che preservano il respiro già fragile, il senso di smarrimento e desolazione si amplifica a dismisura, come una eco ininterrotta che risuona forte tra le pareti di una camera bunker.

E così, nel tentativo di trovare un mero conforto dalla sofferenza e di riconnettersi un’ultima volta col mondo al di là dalla porta, ci si aggrappa con disperazione ad una penna. Pensieri e riflessioni dolorose finiscono sui pizzini ricavati da una rivista di cruciverba: spesso, sono parole d’addio.

“Perché un reparto covid è come un bunker – raccontano i medici – quando i pazienti entrano, se non ce la faranno, i loro cari non li rivedranno più”.

I protocolli anti-contagio non ammettono deroghe, neanche per un’ ultima carezza. Chi mette piede in quelle stanze asettiche sa bene che potrebbe non riabbracciare più i propri cari. Qualcuno lotta strenuamente contro la malattia, gli altri contro la paura.

“Non voglio impazzire, fatemi addormentare senza risvegliarmi”, scriveva 20 giorni fa sulle parole crociate, ai medici, una 70enne ricoverata nel reparto covid dell’ospedale Vannini, al Casilino.

La donna non rispondeva alla terapia farmacologica e rifiutava di sottoporsi alla Cpap con l’ossigeno a pressione positiva.

“Scusate figli miei, ma voglio morire dormendo”, ha spiegato ai suoi figli con un messaggio lasciato sulla settimana enigmistica.

I pazienti che non si danno per vinta lottano in silenzio, con la testa infilata sotto un casco che fa da elmo contro il virus.

Cercano conforto nello sguardo dei rianimatori, attraverso lo schermo di uno smartphone in una videochiamata di breve durata con i propri cari. Ma talvolta, quasi sempre in realtà, non è abbastanza.

E allora, ci si arrende alla solitudine di quelle ore buie, scandite dal solo suono delle macchine.

Sono scene strazianti, umanamente devastanti, che solo chi ha vissuto sul campo di battaglia, fianco a fianco con quegli eroi senza gloria, sa cosa significhino.

La dottoressa Francesca Alfonsi, psicologa e psicoterapeuta delle Terapie intensive dell’ospedale, è impegnata nel ruolo di mediatrice della comunicazione tra i pazienti e i loro familiari. Più di cento persone, dall’inizio dell’emergenza, si sono spente davanti ai suoi occhi.

A lei è stato affidato l’ingrato compito di accogliere le ultime parole degli assistiti nei reparti Covid e di provare a dar loro un po’ di conforto.

Dispensa al paziente le carezze, “sulla guancia” o “sul piede” che “a lui piacciono tanto” e che la moglie, la fidanzata, all’altro capo del telefono, non possono dargli.

Veicola in maniera bidirezionale le parole d’addio o i messaggi di sprone: l’ultima volta è successo solo due giorni fa per un paziente di 50 che rifiutava di essere intubato.

“Papà non puoi mollare adesso – gli dice la figlia 27enne – io mi devo ancora sposare, devi portarmi tu all’altare.

Mia sorella deve laurearsi. Fatti intubare, fallo per noi, non puoi negarti questa possibilità”.

“C’è un grande bisogno di dare continuità al quotidiano – spiega la dottoressa Alfonsi a La Repubblica – ho nella mente nomi, toni di voce, mi vengono affidati gli aspetti più intimi dei rapporti familiari. Durante i colloqui si vivono momenti di grande commozione”.

Così accade che un 55enne poco prima di spegnersi sussurri queste parole: “Dica a mia moglie che in camera da letto, dentro al primo cassetto del mio armadio, c’è una lettera per lei”.

Un testamento scritto prima del ricovero, con i dati dei conti correnti bancari, le direttive di ordine pratico per la vita futura della famiglia. I pazienti intubati e non più coscienti, tramite la psicologa ricevono le carezze, le parole dei nipoti.

“Nonno sbrigati a tornare – lo esorta il più grande dei cinque nipotini – perché come ci spingi tu sull’altalena non ci spinge nessuno”.

L’ultimo biglietto recuperato su uno di quei letti vuoti appartiene ad un 51enne che se ne è andato 20 giorni fa. “Vi ho amati più di ogni altra cosa al mondo, ma sono veramente stanco e non ce la faccio più”.

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