“Sarò l’oracolo di Ogbunabali”. Così il migrante ottiene l’asilo

I macabri riti del dio “Ogbunabali”. Il ruolo di oracolo nel villaggio paterno, rifiutato dopo aver abbracciato la confessione dei Testimoni di Geova.

E la fuga dalla Nigeria per arrivare in Italia, dove il Tribunale di Genova gli ha concesso lo status di rifugiato nonostante una Commissione territoriale abbia ritenuto “non credibili”, “incoerenti” e “confusi” i suoi racconti. È la (strana) storia di Jibril, il nome è di fantasia, uno dei tanti immigrati arrivati dall’Africa e ora accolti dall’Italia sulla base di discutibili racconti e altrettanto particolari sentenze giudiziarie.

Nato e vissuto a Ubomiri, nello Stato di Imo, Jibril lascia la Nigeria nel 2017 per sfuggire agli abitanti del suo villaggio. Pare infatti volessero obbligarlo a prendere il posto del padre come sacerdote dell’oracolo “Ogbunabali”, divinità con il vizio di uccidere nella notte chi infrange i tabù tribali. Storia travagliata, non c’è che dire. Jibril sostiene di aver lasciato la casa paterna nel 1995 per allontanarsi dai macabri rituali tradizionali. Per lungo tempo vive a Lagos, dalla zia materna, che lo converte ai Testimoni di Geova e tutto sembra filare liscio. Almeno finché nel 2015 non decide di tornare a casa per convertire amici e parenti alla nuova religione. Pessima idea, ovviamente. Il padre-sacerdote non la prende bene: prima lo fa picchiare e rinchiudere, poi minaccia di offrirlo alla divinità che apprezza i sacrifici umani. Fuggito di nuovo, Jibril sarebbe tornato in terra natia solo due anni più tardi per organizzare il funerale del papà. A quel punto avrebbe scoperto di essere di diritto l’erede del compianto congiuto come sacerdote dell’oracolo. Un testimone di Geova ministro di Ogbunabali: suona male. E infatti Jibril si rifiuta, viene imprigionato e torturato. Poi riesce a scappare grazie ad una amica d’infanzia, riparare prima Niger, poi in Libia e infine in Italia dove chiede asilo.

La Commissione che l’ha valutato, secondo quanto si legge nella sentenza, ha ritenuto “non credibili” i racconti sulla fuga, le aggressioni e le minacce perché “estremamente confusi, carenti dal punto di vista logico e contraddittori”. Per questo a maggio 2019 gli ha negato ogni protezione: va rimpatriato. In particolare, i commissari ritenevano poco circostanziate le informazioni sulla fede professata nel suo villagio; “confuse le circostanze del suo trasferimento a Lagos senza che il padre si opponesse”; “incoerente” il fatto che la zia, pure lei Testimone di Geova, non fosse stata perseguitata; e “contraddittoria” la circostanza secondo cui Jibril sarebbe stato richiamato a organizzare il funerale del padre nonostante quanto successo in passato. Lui però non s’è arreso, ha fatto ricorso e ha trovato dei giudici disposti a credergli.

Il tribunale infatti ritiene il racconto “dettagliato e coerente”. Sia sull’oracolo Ogbunabali (colui che “uccide di notte”), sia sul funerale del papà. E anche gli altri capitoli della storia: dalla zia mai perseguitata (“non era predestinata a diventare sacerdote”, ai riti “piuttosto macabri”, passando per le presunte violenze subite e la fuga a Lagos. Stando a quanto letto su Encyclopedia dai giudici, infatti, nella vita religiosa degli Igbo “il sacrificio è centrale”, con spargimenti di sangue per l’espiazione dei peccati e la protezione dalla sventura. E non importa che di norma le offerte si fanno con uova, polli, frutta, capre e sono “in alcuni rari casi” esseri umani: per le toghe il racconto del migrante sarebbe “in linea” con quanto accade a quelle latitudini. Confermata sarebbe anche la questione della successione dei sacerdoti, ruolo che è “pericoloso rifiutare”. Insomma: per i giudici il racconto è da “reputarsi veritiero”.

Alcuni si sono chiesti: fossero anche vere le minacce, invece di venire in Italia, perché Jibril non è rimasto a Lagos dove ha vissuto per 10 anni senza problemi? Per la Commissione, il migrante non era riuscito a “spiegare logicamente” il motivo per cui teme di essere torturato e “seppellito vivo”. Motivi che invece secondo i giudici sussistono per il semplice fatto di essere diventato l’erede del padre sacerdote: visto che per i Testimoni di Geova il proselitismo è un obbligo “imprescindibile”, Jibril “non potrebbe assolvere” al precetto “nel caso in cui venisse obbligato a diventare” officiante del culto di Ogbunabali. E se lo facesse rischierebbe la pelle.

Per questi motivi, la corte ritiene ci sia “un fondato timore” di persecuzione. E così ha negato il rimpatrio, assicurando all’immigrato lo status di rifugiato. Ovvero la massima forma di protezione concessa dall’Italia. Jibril potrà quindi restare nel Belpaese da Testimone di Geova, senza dover offrire vittime umane in sacrificio ad Ogbunabali.

ilgiornale.it

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