Roberto Vecchioni, le confessioni politiche: “Datemi una monarchia. Perché la sinistra ha fallito”

El bandolero non è più stanco ed è tornato dal suo viaggio contro l’impossibile. «Gli uomini sono sempre inferiori alle loro idee. Fraternitè e Legalitè reggono la loro giustezza finché non cadono dal cielo sulla terra e devono fare i conti con l’animo umano e i suoi grovigli: la voglia di primeggiare, il potere, le differenze, le invidie».

Qualcuno era comunista…
«Ero e resto una persona di sinistra, ma non mi sono mai appiccicato etichette e non sono mai stato un estremista. È inutile pensare oggi a dottrine economiche che pretendono che gli uomini facciano tutti le stesse cose. Hanno fallito. Appiattire il mondo a un’uguaglianza totale non è giusto. Gli uomini sono diversi, l’uguaglianza dev’ essere morale e di opportunità».

Cosa cerca oggi?
«Mi adatto a un capitalismo corretto e non prepotente, con una guida credibile e super partes, una specie di monarchia costituzionale dove il popolo c’entra ma ha rappresentanti di buon senso, buona fede e una solida cultura».

Un governo degli ottimati?
«Sì, può essere anche, io sono un po’ snob. Mi piacciono le persone che sanno le cose, hanno studiato l’uomo e intuiscono cosa potrà succedere. Se lo immagina un potere lasciato interamente al popolo? Che putiferio».

Ma non avevamo detto che era di sinistra?
«La sinistra per me va oltre la politica: è un sentimento del mondo, un’esigenza dell’anima che suona così: vivo per allargare e includere anche se posso andare incontro a fregature».

Il guaio della sinistra è proprio questo…
«Certo, essendo ideologica, la sinistra ha problemi a calare i propri principi nella pratica e spesso si sfarina. Il che è paradossale pensando che nasce dal materialismo. Come detto, gli uomini non sono all’altezza delle loro idee».

È una critica all’attuale classe dirigente?
«No. E poi la sinistra è per natura plurale, non ne esiste solo una, ma per me questo è un valore. Molto più semplice la destra: c’è un capo e chi obbedisce. Il punto è se chi comanda è giusto e saggio e chi obbedisce è consapevole».

E intellettuali e artisti in questo bordello che è la sinistra ruolo hanno?
«Platone ha cannato: i filosofi non possono governare, ma neppure gli artisti, che producono sogni e il potere possono al massimo correggerlo, non averlo».

Lei dedicò una canzone sferzante ai suoi colleghi artisti e letterati…
«Più di quarant’ anni fa… I Poeti. Non è cambiato molto, i poeti sono spesso degli imbroglioni. A volte gli artisti sono in malafede, diventano compiacenti per aver spianata la strada del successo facile. Ed è tipico di certi cervelloni voler schiacciare con le loro idee le persone».

Con appassionata flemma, Roberto Vecchioni resta sempre «un grande lanciatore di coltelli». In epoca di didattica a distanza, esce con un libro sulle sue «giornate di follia» scolastica (Lezioni di volo e di atterraggio; Einaudi), quelle che il professore di latino e greco teneva al parco ai suoi studenti, che faceva evadere dal liceo milanese Beccaria per spingerli «a tirare fuori ciò che avevano dentro, con l’unica regola di non ripetere l’ovvio, il libresco». Una cronaca che arriva 35 anni dopo i fatti, «perché non ci avevo mai pensato prima» minimizza l’autore, quasi il lavoro non cadesse a tempo, con metrica perfetta e diabolica, sull’attualità, suonando come una denuncia, non si sa quanto volontaria, sulla condizione della scuola oggi.

Ma professore…
«Il problema non è la Azzolina. I contagi all’inizio dell’anno scolastico non sono schizzati per quello che è accaduto in classe ma per tutta la socialità che gira intorno alla ripresa delle lezioni».

Quindi lei è favorevole alle riaperture?
«Dobbiamo aprire il più possibile. I giovani stanno perdendo gli anni più belli della loro vita, tant’ è che, oggi che è chiusa, i ragazzi amano la scuola come non mai».

È un bel rischio…
«Dobbiamo rischiare, ovviamente con le dovute cautele. Il futuro dei ragazzi dipende dalla cultura che hanno intorno e dall’afflato della nazione, che dovrebbe spingerli in avanti. La scuola è vita, ti insegna pazienza e sopportazione, forma la capacità di resistenza di un uomo».

Oggi nessuno li spinge?
«Oggi la spinta devono inventarsela, trovarsela dentro. Non sempre hanno buoni maestri e spesso neppure se li cercano. Vedono un mondo di intrighi e nepotismi, dove tutto va secondo interessi prestabiliti. Sono sfiduciati perché hanno la sensazione di avere poche prospettive anche se si mettono a studiare come pazzi».

Siamo dei genitori pessimi?
«La società è scadente ma non è tutta colpa delle persone. Il problema è anche il tempo: il mondo moderno costringe i ragazzi a darsi da fare subito, non li lascia spazio per coltivarsi. È tragico, perché qualsiasi lavoro ha bisogno di una cultura alla base; altrimenti ti stressi e non capisci perché fai le cose».

Social e tecnologia contribuiscono a disorientare i giovani?
«I social sono rapidi, ci rendono subito protagonisti anche di cose che ignoriamo. Quel che conta in rete è emergere e farsi notare comunque, ma così i ragazzi, che per indole devono sempre dire qualcosa di rivoluzionario, non hanno tempo di assimilare e formarsi. Sono convinto che anche i negazionisti dicano certe cose solo per sembrare diversi, non posso credere che le pensino…».

Lei invitava i suoi allievi a essere originali. Oggi noi giornalisti subiamo la dittatura del politicamente corretto: viene sindacato non solo quello che scriviamo ma perfino come…
«Il politicamente corretto è una sorta di bon ton. Non obbliga, suggerisce. Se il politicamente scorretto serve a sgretolare un’idea comune falsa o intimidatoria, ci sta. Ma se è un metodo d’assalto tanto per fare a ogni occasione il bastian contrario, non mi sta bene».

C’è troppo moralismo in giro?
«Dipende da cosa si intende per moralismo. Io direi che c’è poca morale e molto moralismo. Gli Ismi sanno di pompose convenzioni, manierismi generalizzati, involuzioni non richieste».

Quando era giovane nelle sue canzoni parlava del passato. Superati i cinquanta ha iniziato a occuparsi del futuro: come mai?
«Che sia scaramanzia? I vecchi sono presbiti, vedono lontano, come “coloro che hanno poca luce” dice Dante. Non pensano alla fine. I giovani non sanno cosa c’è oltre il muro, la loro vita è relativa a quello che hanno vissuto e si illudono di aver già toccato dolori e gioie irripetibili. Per loro quella parzialità è un totale».

Ci sono due fasi della sua carriera, il cantastorie con la sua chitarra e il musicista con meno parole e più melodia. In mezzo un travaglio: cos’ è successo?
«Nasco nei cabaret, dove suonavo e cantavo da solo. I Settanta erano anni di parole, giravo i festival dell’Unità e dell’Avanti, scrivevo cose ridondanti di concetti, prolisse. Samarcanda è stata lo spartiacque. Pensavo di aver fatto una canzone intellettuale sul fato più forte dell’uomo, venne presa come una filastrocca per bambini. Ci rimasi malissimo, ma fu la svolta: non potevo più nascondermi, le parole si sono asciugate e la ricerca musicale si è ingigantita, ma non ho mai scelto di abbassarmi per conquistare popolarità»

Ha dedicato una bella canzone a Zanardi, Ti insegnerò a volare. La parabola di Alex le ricorda il soldato di Samarcanda, che fugge ma si scontra con il destino invincibile?
«Non c’è un destino invincibile e Alex lo ha dimostrato. Siamo noi a scegliere, il destino te lo porti dentro. Oggi non scriverei più Samarcanda, o lo farei in modo diverso».

E Luci a San Siro, la riscriverebbe?
«Quella sì, perché parla di un sentimento eterno e comune a tutti, la nostalgia, le cose meravigliose della gioventù, il primo amore, che è la conoscenza materiale e spirituale del mondo».

Lei ha scritto tantissimo di donne…
«Sono più forti di noi, che perdiamo i capelli, moriamo prima e non sappiamo superare il dolore come loro, tant’ è che ci ammaliamo di più».

Se scrivesse oggi Voglio una donna con la gonna le darebbero del maschilista…
«Solo se non la si ascolta fino in fondo: la verità è nell’ultima strofa, la donna che “viene via dal meeting sola come un uomo, stronza come un uomo”. Oggi per una donna è difficile inserirsi in un mondo totalmente a misura d’uomo come è ancora quello del lavoro».

Questa affermazione presuppone il riconoscimento della diversità dei sessi, che oggi è un’idea non più di moda…
«Lei fa il furbo. È scorretto che ci siano diversità sul piano delle opportunità. Per il resto uomo e donna sono due creature ben diverse quanto a sentimenti, sopportazione, disponibilità. Oggi presentiamo alle donne un mondo e chiediamo loro di adattarsi senza istruzioni per l’uso».

Quali sono le differenze principali tra uomo e donna?
«Per esempio il modo di considerare l’amore. E poi per la donna ogni particolare diventa un universale, per noi è il contrario. In fondo l’uomo si accontenta di poco, è una creatura meno complessa. Le donne sono più versatili, si occupano di tantissime cose».

Lei però nelle sue canzoni tradisce spesso una nostalgia per le donne d’altri tempi…
«La donna per competere con l’uomo deve rinunciare a qualcosa della propria grazia, perché bisogna avere pelo sullo stomaco nel mondo. Però siccome ogni donna, anche se non ha figli, è per natura madre, penso che nessuna smarrirà la propria dolcezza».

Lei ha cantato gli uomini ma raramente l’Italia: è un caso o questo Paese non la innamora più di tanto?
«Le rispondo parafrasando Lorca: “Canto l’Italia e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono un uomo nel mondo e fratello di tutti”. Poi però, cosa sono gli italiani oggi?».

Me lo dica lei, fa il professore…
«Non sono convinto che gli italiani, anche quelli che si fanno chiamare democratici, sappiano veramente cos’ è una democrazia. Non siamo mai stati un Paese unito del tutto, siamo individualisti, ciascuno per sé, al massimo per la propria tribù».

Questo è un male o un bene?
«È una benedizione: non bisogna farsi gregge; ma è una maledizione quando non consideri gli altri. Bisogna arrivare a sentirsi comunità».

Ci stiamo dividendo perfino sul Covid…
«Non è una novità, lo scontro è sempre stato forte in Italia, dai tempi di guelfi e ghibellini».

Ma ora litigano pure i virologi…
«Non farei di tutta l’erba un fascio. Alcuni li ascolto volentieri e mi rassicurano, di altri si intuisce il narcisismo da un miglio di distanza».

Gli italiani oggi non hanno più voglia di cantare dai balconi…
«Io avrei voglia ma non posso. È così ovunque, all’inizio canti, progetti, poi i pezzi iniziano a rompersi e la stanchezza uccide ogni fantasia. Le ricordo Quasimodo: “Ecome potevamo noi cantare”… È un percorso umano più che logico. La verità è che stiamo pagando un debito che avevamo continuamente rimandato». Quale debito? «Abbiamo corso troppo senza regole e incasinato tutto. Dopo la pandemia non serve una ripartenza ma una ri-evoluzione. Non serve ripeterci ma cambiare».

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