Quel barcone oggetto di retorica costato venti milioni di Euro

Era il 18 aprile 2015: un barcone, con più di mille migranti a bordo, a largo della Libia ha iniziato a inabissarsi.

Poco dopo un mercantile prova ad avvicinarsi per prestare soccorso, ma la manovra è rischiosa per via delle condizioni del mare e il mezzo urta l’imbarcazione. Il risultato è una delle più gravi sciagure dell’immigrazione: centinaia le vittime, forse anche più di mille perché solo in 28 sono riusciti a salvarsi.

Poco dopo, immancabili, sono iniziate le polemiche. Al governo c’era Matteo Renzi, al Viminale Angelino Alfano. Ancora una volta ci si era appellati alla “coscienza” dell’Italia e dell’Europa, ancora una volta un naufragio nel Mediterraneo veniva considerato evento di responsabilità nostra ed europea. Una retorica ben conosciuta e negli anni poi ancor di più esasperata.

L’idea di trasformare il relitto in un monumento

Renzi di certo non ci stava a passare per leader di un governo di sinistra “non sensibile” alle tematiche dell’immigrazione. Da qui l’idea di recuperare il relitto adagiatosi dopo il naufragio nel cuore del mare nostrum. Duplice lo scopo: da un lato dare dignità e sepoltura alle vittime, dall’altro fare dell’imbarcazione l’ennesimo simbolo sulla “tragedia dei nostri giorni”.

Nulla da dire sul primo obiettivo: tutti hanno diritto a una sepoltura, più che giusto non lasciare per sempre alle intemperie del mare quei corpi. Sul secondo invece si è consumata una farsa a dir poco grottesca, descritta da Francesco Borgonovo su La Verità.

Dopo il recupero del relitto, ad opera della Marina Militare e della ditta Fagioli di Reggio Emilia, tutto viene portato ad Augusta. Il cComune siciliano è diventato affidatario del relitto, responsabilità che detiene ancora oggi. Il relitto è arrivato nel porto della cittadina siracusana dopo diversi tentativi andati a vuoto. Subito dopo è iniziato il momento più doloroso: recuperare i corpi per la sepoltura. Carmelo Saporito, membro del coordinamento nazionale Usb dei Vigili del Fuoco, a La Verità ha descritto quei momenti. Impossibile identificare tutti, così come ricomporre i cadaveri per la sepoltura. Dall’istituto Labanof di Milano è arrivata la dottoressa Cristina Cattaneo per arrivare quanto meno a dare un’identità alle vittime. Ma, fino al 2019, soltanto per due di loro questo è stato possibile.

Per questa operazione poi non andata in porto sono stati spesi dieci milioni di Euro. Analoga cifra usata per i vari tentativi di recupero del relitto. In totale, sono stati quindi venti i milioni impiegati. Il dato è emerso da un’interrogazione parlamentare portata avanti dai deputati Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi.

Un relitto oggetto di contenzioso

Ma oggi dove si trova questa imbarcazione? Come detto, Renzi voleva fare del relitto un monumento. Si era pensato di piazzarlo a Bruxelles, davanti l’ingresso delle istituzioni comunitarie. Idea poi tramontata. Nel 2016 il regista messicano Alejandro González Iñárritu ha proposto di trasformare il relitto in un’installazione da montare in piazza Duomo a Milano. Anche in questo caso però non si è arrivati a un accordo. Ma una retorica senza monumenti rischia di non trovare più linfa, così a farsi avanti è stato l’artista svizzero Christoph Buchel il quale ha iniziato a raccogliere fondi per portare il relitto a Venezia ed esporlo come installazione alla Biennale. Questa volta il progetto va in porto, da Augusta il barcone viene trasferito nella laguna.

Tutto è bene quel che finisce bene? Assolutamente no. Perché dopo tre anni passati a cercare sistemazione per il relitto forzatamente trasformato in monumento, adesso il suo destino è appeso a un contenzioso. A raccontarlo è Repubblica, dove si legge che l’artista svizzero ha denunciato la ditta incaricata del trasferimento per un presunto danneggiamento.

La banchina usata per l’installazione deve essere occupata adesso da un’altra opera. Dunque la Biennale ha chiesto il trasferimento del relitto a Buchel, quest’ultimo però ha fatto sapere di voler usare la copertura assicurativa che copre le opere esposte per via del danneggiamento. E allora si è arrivati in tribunale, in cui i giudici hanno chiesto un accertamento tecnico. E nel frattempo all’orizzonte potrebbe profilarsi, scrive ancora Repubblica, la possibilità che la stessa Biennale citi il comune di Augusta, affidatario del relitto. Ente che non avrebbe certo i fondi necessari al trasferimento.

Risultato? Il barcone è ancora a Venezia. Quel mezzo che ha ospitato le ultime ore di vita di centinaia di persone e su cui si è consumata la tragedia, è diventato prima oggetto di strumentalizzazione e retorica, poi oggetto di contenzioso. Venti milioni di Euro spesi per tutto questo, venti milioni di Euro sborsati per operazioni che hanno forse maggiormente offeso chi a bordo del relitto c’è morto.

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