Pd in crisi di panico

Questa crisi di governo ha due volti, Conte e Renzi, e uno spazio vuoto. È lì, in un cantuccio sfocato, che si è nascosto il Pd.

Non c’è modo di farlo emergere.

È il paradosso di questi giorni turbolenti. Ti aspetti un segnale, una mossa, e invece il Pd va a rimorchio, insegue gli eventi, quasi rassegnato a un «lascia che sia». È come se in questa storia il «grande partito democratico» fosse uno spettatore, un pachiderma lento e fiacco che non riesce a tenere a bada un premier senza partito e un ex leader senza più seguaci. Non ha forza, non ha voce e non sa neppure bene cosa augurarsi. Non ha neppure gli alibi dei Cinque Stelle, movimento in crisi di identità e alla deriva.

Nel Pd faticano a riconoscerlo, ma i primi responsabili di quello che sta accadendo sono proprio loro. È il peccato di ignavia. Si nascondono e sembrano aver paura di tutto. È una politica che vive di paure. Paura di Salvini o della Meloni. Paura di perdere le poltrone. Paura di lasciare il Quirinale agli altri. Paura di Conte. Paura di Renzi. Paura di scontentare l’Europa. Paura di andare alle elezioni. Paura di se stessi. Paura di Draghi.

Sì, nella lista della paura c’è anche l’ex governatore della Bce. È per questo che non sanno come sciogliere la crisi. Quando parlano tra di loro riconoscono le debolezze del Conte bis, si ripetono che così non si può andare avanti e non nascondono neppure un certo fastidio, ma chi mettere al suo posto? L’ombra di Draghi li spaventa. Non per quello che rappresenta, ma per le condizioni che ha posto. Non vuole politici di peso nel suo governo. Niente Di Maio o Renzi, ma neppure Franceschini, Orlando e Guerini. Il motivo sta in una frase: «Avrò già problemi in Parlamento, non posso mettermi a litigare a ogni consiglio dei ministri».

Il «costruttore» ha detto chiaramente che gli «umarell» se ne devono stare a casa. Zingaretti è l’unico che non smania per avere un ministero, tutti gli altri invece si sentirebbero persi senza una poltrona. Non se lo possono permettere. Tanto vale allora rivoltare gli abiti di Conte e rimetterlo sul palco per la terza volta. Depotenziato. Un Conte ter che non deve toccare palla sulla gestione dei fondi europei, magari senza Casalino alle spalle, ma con il rischio di ritrovarselo a fare i danni da un’altra parte. Draghi insomma sta diventando l’ultima ossessione.

La prima è vecchia. Ogni tanto qualcuno nel Pd si fa coraggio e sussurra la parola elezioni. È lo sfogo istintivo davanti agli stratagemmi di Renzi. «È meglio andare al voto e togliersi dalla pelle questi tafani piuttosto che stare qui a mangiare fiele». Non sono queste le parole precise, ma il concetto sì. È il momento dell’orgoglio, solo che dura poco. Non si può votare adesso. Come si fa in piena pandemia? Questa sarebbe una domanda saggia. Quella che davvero pesa però è un’altra. Chi eleggerà il prossimo presidente della Repubblica? È fondamentale che sia questo Parlamento. Non ci sono santi. Il Quirinale è la coperta rassicurante del Pd. È la garanzia di giocare per altri sette anni in casa. È la regola aurea: mai uno di destra. Sottotitolo: ce lo chiede l’Europa.

L’Europa, appunto. Dicono che Gentiloni, commissario Ue, sia molto preoccupato per il tirare a campare dei suoi compagni di partito. Non è che non ne riconosce le paure. Ce n’è una ancora più grande. Il fallimento italiano sul «Next Generation». Il piano è ancora in alto mare. Ci sono scatoloni e scatoloni di proposte arrivate da ministeri, sottoministeri, fondazioni, associazioni, categorie, sindacati e lobby di tutte le risme, ma non c’è uno straccio di progetto da presentare a Bruxelles. Non c’è neppure una visione su cosa si vuole fare. Colpa di Conte? Forse. Ma il Pd sta dimostrando di non avere quella vocazione governativa di cui si vanta. È questa la classe dirigente che dovrebbe salvarci la faccia in Europa?

La realtà è che il Pd non ha una strategia e non basta dire: gli altri sono peggio. Dovrebbero metterci la faccia, ma non hanno neppure il coraggio di candidare con forza un proprio presidente del Consiglio. Se salta Conte è più facile ritrovare a palazzo Chigi un Di Maio piuttosto che un Franceschini. Sorpresa: è esattamente quello che spera Renzi (oltre chiaramente a un poltrona di peso tutta per sé).

Tutto questo nel partito democratico continuano a chiamarla, soddisfatti, resilienza.

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