“Non è Stasi l’assassino di Chiara”: luci e ombre di un delitto

A 14 anni esatti dal delitto di Garlasco l’omicidio di Chiara Poggi riserva ancora numerosi dubbi e incertezze. Ombre che continuano ad addensarsi attorno al nome di Alberto Stasi, già condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’assassinio della fidanzata.

Lo scorso ottobre, la Corte d’Appello di Brescia ha respinto l’istanza di revisione del processo presentata da Laura Panciroli, legale del 34enne. “Sono fermamente convinta dell’innocenza del mio assistito – afferma l’avvocato di Stasi a IlGiornale.it – L’assassino di Chiara è a piede libero. Chi conosce la verità si faccia avanti”.

Quel Dna maschile sulle unghie di Chiara

Nel corso dell’intricato e complesso iter processuale i colpi di scena non sono mancati. A partire dal 2014, quando fu individuato un cromosoma Y (maschile) non attribuibile con certezza al Dna di Stasi sui frammenti di due unghie della giovane vittima. A occuparsi degli accertamenti genetici fu il professor Francesco De Stefano, perito nominato dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano in seguito alla riapertura dell’istruttoria dibattimentale. “Le osservazioni risultarono inconclusive – spiega alla redazione de IlGiornale.it il noto genetista – Ciò significa che le tracce di Dna maschile rivenute sui frammenti ungueali della ragazza non esclusero né accertarono la compatibilità con quello di Stasi o di qualunque altra persona. Purtroppo disponevamo di una quantità infinitesimale di materiale genetico da analizzare e non fu possibile stabilire un’attribuzione certa. Alla vicenda seguirono molte polemiche ma furono queste le conclusioni della nostra osservazione peritale”.

La richiesta di revisione del processo: “Avevamo prove nuove”

Successivamente alla condanna Alberto Stasi ha continuato a professarsi innocente. A giugno del 2020 l’avvocato Laura Panciroli, legale del 34enne, aveva chiesto la revisione del processo. L’istanza della difesa faceva capo alla rilettura di una testimonianza, alle impronte papillari trovate sul dispenser di sapone e ai capelli rinvenuti nel lavandino del bagno della villetta di Garlasco.

La richiesta è stata respinta, dapprima dalla Corte d’Appello di Brescia e poi in via definitiva dalla Cassazione, poiché secondo i giudici “le nuove prove” non sarebbero state tali da rimettere in discussione la posizione del 34enne. “La Corte d’Appello di Brescia ha frainteso l’argomento probatorio con le prove: ce ne erano di nuove. – afferma l’avvocato Panciroli – Per la prima volta avevamo a disposizione una fotografia digitale dei capelli ritrovati nel lavandino del bagno a casa dei Poggi. Se è vero, così come è agli atti del processo, che l’assassino di Chiara si è lavato con cura le mani dopo aver commesso l’omicidio, tanto da non lasciare tracce di sangue, come si spiega che invece i capelli siano rimasti nel lavandino?”.

Poi c’è la questione delle impronte digitali sul dispenser di sapone. “C’erano anche quelle di Stasi ma non solo le sue – continua il legale – Stabilire che sia lui l’assassino di Chiara solo perché – secondo quanto messo nero su bianco dai giudici – è stato l’ultimo a toccare il dispenser, non credo sia una prova di colpevolezza”.

L’informativa dei carabinieri: “Indagini lacunose”

Lo scorso 21 aprile, una lunga e corposa informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano ha gettato nuove ombre sul delitto di Garlasco. Nella nota inviata dai militari dell’Arma procura di Pavia le indagini vengono definite “lacunose dal punto di vista investigativo, anche poco coerenti con la dinamica del delitto. Inoltre, la complessiva analisi delle investigazioni svolte all’epoca individuerebbe alcuni elementi degni di approfondimenti investigativi poiché, fermo restando gli elementi a carico di Stasi, bisognerebbe prendere in considerazione quantomeno la presenza di un correo”.

“Quell’informativa dei carabinieri di Milano riprende, almeno in parte, le argomentazioni che avevamo avanzato quando abbiamo presentato l’istanza di revisione del processo – continua l’avvocato Panciroli – Credo che la nota inviata dai militari al tribunale di Pavia offrisse degli spunti interessanti. Quantomeno si potevano fare degli approfondimenti prima di archiviare rapidamente la vicenda”.

In attesa eventuali e nuovi risvolti, Stasi resta in carcere: “Sono fermamente convinta della sua innocenza – conclude il legale – Stasi è in carcere senza una prova diretta di colpevolezza né di un movente delittuoso. Chi conosce la verità dovrebbe farsi avanti”.

ilgiornale.it

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