Lo stato di emergenza perenne per coprire gli errori del governo

Come ha fatto Conte a rendere perenne l’emergenza? Dove ha sbagliato? Ma soprattutto: cosa ha tenuto nascosto? Gli italiani ora pretendono risposte

Quanto può durare un’emergenza? Di solito poco, giusto il tempo di risolverla. Perché va da sé che prorogarla significherebbe mettere in pericolo le persone. Non è stato così, però, nella gestione del coronavirus. Il governo Conte ha sottovalutato una circostanza imprevista, un incidente che aveva dato tutte le avvisaglie di quanto potesse essere dannoso per la popolazione, e l’ha resa endemica.

Dal 31 gennaio 2020 ci troviamo in uno stato di emergenza perenne. Il momento critico, che un anno fa richiedeva un intervento immediato, si è protratto nelle settimane e, poi, nei mesi. Ma perché lo ha fatto? Dove ha sbagliato? Ma soprattutto: cosa ci ha tenuto nascosto?

Il governo parte col piede sbagliato

Quando il 31 gennaio due turisti cinesi vengono ricoverati d’urgenza all’ospedale Spallanzani di Roma dopo essere risultati positivi al coronavirus, il Consiglio dei ministri si fionda a decretare lo stato di emergenza, stanzia appena 5 milioni di euro sul fondo per le emergenze nazionali e nomina il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, commissario per la gestione dell’emergenza. Come ricostruito nel Libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), una scelta che lascia parecchi dubbi. È vero che c’è una legge ben precisa che affida alla Protezione civile la gestione delle emergenze nazionali, ma è anche vero che il neo commissario non sa nulla di virus e tantomeno di virus sconosciuti. Sin dai primi momenti, quando ancora l’opinione pubblica sottovaluta la portata della pandemia che da lì a poco investirà il mondo intero, si intravede tuttavia l’incapacità dell’esecutivo di gestire una situazione più grande di lui e per cui non si è preparato negli anni passati. Anni segnati, dal governo Monti in poi, di pesantissimi tagli alla sanità. Organizzare un intero Paese ad affrontare una minaccia come questa risulta una vera e propria utopia.

 

Speranza messo in un angolo

Per quale motivo il premier Giuseppe Conte sfila il dossier dalle mani del ministro della Salute, Roberto Speranza? Non è lui a gestire i rapporti con la Cina quando da Wuhan emergono i primissimi casi di “polmoniti anomale”? Cosa succede a fine di gennaio per optare un drastico cambio di passo e affidare la gestione dell’emergenza a Borrelli? Al Comitato operativo della Protezione civile, che si avvale di 21 tecnici tra rappresentanti dei Vigili del Fuoco, Forza armate, Forze di Polizia, Croce Rossa, Servizio sanitario nazionale, organizzazioni nazionali di volontariato, Soccorso alpino e Cnr, viene chiesto di assicurare la direzione e il coordinamento delle attività di emergenza, nella fattispecie deve “valutare le notizie, i dati e le richieste provenienti dalle zone interessate dall’emergenza, definire le strategie di intervento e coordinare in un quadro unitario gli interventi di tutte le amministrazioni ed enti interessati al soccorso”. Un’attività che, come purtroppo sappiamo, non gli riuscirà affatto bene. Sin dalle prime battute la decisione di fissare (ogni giorno alle 18 in punto) un bollettino per elencare il numeo di contagiati, morti e guariti, non fa altro che gettare l’intera popolazione nell’insicurezza. Gli italiani sono disorientati. La politica, poi, ci mette il carico da novanta. Sono i giorni della campagna “Milano non si ferma” del sindaco Beppe Sala, degli spritz sui Navigli del leader piddì Nicola Zingaretti e dei selfie in pizzeria di Giorgio Gori e consorte.

 

 

Il dualismo col ministero della Salute

Ben presto la concorrenza tra la Protezione civile e il ministero della Salute finisce per complicare una situazione già di per sé difficile. Come ricostruito nel Libro nero del coronavirus, infatti, Pierpaolo Sileri non accetta l’idea di “delegare funzioni e compiti”. Vuole che il dicastero dove lavora sia centrale nelle scelte governative sulla lotta al virus. Un protagonismo che, però, non piace a Speranza con cui si verificano subito forti dissapori. “Credo che il ministro non abbia mai voluto fare il commissario – ammetterà più avanti Sileri con una punta di amarezza – non è nel suo carattere…”. In realtà, in quei giorni, il ministro è tutt’altro che immobile. Nella prima metà di febbraio i suoi uomini sono già al lavoro per cercare di capire cosa sta per investire l’Italia e non è affatto vero che non ci arrivano. Ci arrivano eccome. Solo che i tecnici vengono costretti a mantenere un alto livello di segretezza. E così il piano anti Covid, che avrebbe potuto allertare le Regioni della tempesta che gli si sarebbe abbattuta addosso di lì a poco, finisce chiuso in un cassetto.

 

 

L’immobilismo di Palazzo Chigi

I primi giorni dell’emergenza Conte si fionda da una televisione all’altra. Il suo obiettivo è rassicurare il Paese. Vuole far passare il messaggio che il governo è “prontissimo” ad affrontare il virus. Peccato non sia così. Al ministero della Salute credono ancora che “il rischio di introduzione dell’infezione in Europa, attraverso casi importati, sia moderato”. A rileggere oggi la circolare numero 1997, in cui viene messa nero su bianco la necessità di raccogliere “maggiori informazioni per comprendere meglio le modalità di trasmissione e le manifestazioni cliniche di questo nuovo virus”, appare evidente l’inadeguatezza del governo. Nonostante già a fine gennaio Conte sia conscio del fatto che deve “provvedere tempestivamente” a mettere in campo “iniziative di carattere straordinario” dal momento che questo tipo di emergenza, “per intensità ed estensione, non è fronteggiabile con mezzi e poteri ordinari”, nessuno muove un dito per almeno tre settimane. E non è che dopo recuperano il terreno perduto. Anzi. Da un anno a questa parte non riescono a fare altro che chiudere e riaprire il Pase. In un’altalena di lockdown decisi sulla scorta di algoritmi che continuano a cambiare il Paese assiste (impassibile) al teatrino di un esecutivo incapace di invertire la curva dei decessi, di garantire a tutti il diritto alle cure, di mettere in sicurezza il Paese per evitarne la bancarotta e di legare lo Stato a un debito che difficilmente estinguerà a breve.

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