L’islam terrorista minaccia il mondo

La lungimiranza non abita a Washington. Solo l’8 luglio scorso il presidente Joe Biden dava per «altamente improbabile che i talebani abbiano la meglio e controllino il paese». E appena un mese prima il suo Capo di Stato Maggiore Generale Mark Milley assicurava che nella più pessimistica delle previsioni Al Qaida ci avrebbe messo più di due anni prima di ricostituirsi e a rappresentare una seria minaccia per gli Usa e il resto dell’Occidente. Visto com’è andata con le assicurazioni di Biden sarà meglio incominciare a dubitare anche dell’affidabilità di quelle di Milley.

Anche perché la cronaca della debacle afghana degli ultimi giorni comprende le irruzioni dei talebani nelle prigioni di Baghram e in quella di Pul I Charky. Nella prima, attigua alla grande base abbandonata dagli americani, erano detenuti almeno 5mila prigionieri tra cui – oltre ai combattenti talebani – anche quelli di Al Qaida e dello Stato Islamico. Per non parlare delle migliaia di prigionieri, con pedigree analogo ai precedenti, tornati in libertà domenica mattina quando le avanguardie talebane hanno aperto le gabbie di Pul-e-Charkhi, la storica prigione alle porte della capitale. A questo punto sia Al Qaida, sia i rivali dello Stato Islamico possono contare su un numero di militanti sufficienti a rilanciare le passate attività. Di certo armi ed esplosivi non rappresentano un problema. Nelle basi di polizia ed esercito, cadute una dopo l’altra senza nemmeno combattere, i talebani e i loro alleati hanno trovato armi sufficienti a combattere per i prossimi dieci anni. Anche perché se noi italiani abbiamo speso – solo in termini di addestramento – oltre 720 milioni dal 2015 ad oggi gli americani avevano investito ben 83 miliardi di dollari per armare e organizzare una macchina da guerra capace di resistere ai talebani. Una macchina che – analogamente a quanto avvenne in Iraq nel 2014 con l’Isis – potrà venir usata ora per colpire l’Occidente.

E a moltiplicare i timori di un repentino ritorno agli anni tra il 1996 e il 2001 – quando l’Afghanistan si si trasformò nel covo di un Bin Laden intento a progettare le stragi dell’11 settembre – contribuiscono i volti e le generalità dei vincitori. Facce e nomi tutt’altro che nuovi. La più conosciuta e più ambigua è quella del Mullah Abdul Ghani Baradar. Fondatore nel 1994 del movimento talebano assieme al defunto Mullah Omar, di cui sposò la sorella, Baradar si è distinto sia per le sue doti militari che per quelle politiche arrivando a ricoprire prima dell’invasione americana del 2001 il ruolo di vice ministro della difesa. Oggi molti – in considerazione del suo ruolo di capo della delegazione talebana nelle trattative Doha per il ritiro americano – scommettono su di lui come nuovo presidente dell’Afghanistan e lo definiscono un rappresentante di quell’ala pragmatica del movimento decisa ad evitare un nuovo scontro frontale con l’Occidente. Dimenticano però l’ambiguità di un Baradar che – contrariamente a quanto deciso nel negoziato di Doha – ha fatto scattare l’offensiva prima del ritiro americano e prima di aver intavolato un negoziato diretto con il governo di Kabul. Due fatti che inducono a diffidare della sua sincerità o, in alternativa, della sua capacità di indirizzare il movimento. E ad agitare ancor di più gli analisti occidentali contribuisce la ricomparsa di Gholam Rouhani, un ex detenuto di Guantanamo, nel gruppetto di 15 emissari del nuovo potere talebano andati a prendere possesso del palazzo presidenziale di Kabul. Considerato a suo tempo un esponente dei servizi segreti del movimento fondamentalista Rohuani era stato liberato dopo otto anni di detenzione ed era scomparso dal radar dell’intelligence statunitense. Che ora se lo ritrova davanti nelle vesti di nuovo signore di un Afghanistan dove tutto cambia perchè nulla cambi.Terrorismo compreso.

 

ilgiornale.it

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