L’incubo degli altri razzi impazziti: “Serve un laser per distruggerli”

Chi pensa di essere ormai fuori pericolo e di non dover più pensare al rischio di razzi che lo possano colpire da un momento all’altro si sbaglia di grosso. Quello cinese che nella notte appena trascorsa si è schiantato nell’Oceano Indiano, dopo aver fatto tremare mezza Italia nei giorni scorsi, è ormai nel dimenticatoio. Ma il prossimo anno saranno almeno 4 i razzi pronti a minare le nostre vite, se non il doppio. Secondo gli esperti, infatti, per poter realizzare il laboratorio orbitante modulare per astronauti e anche per creare il telescopio Xuntian, entrambi tanto cari alla Cina, potrebbero servire 4, se non addirittura 8 lanci. Tutti entro il 2022.

I razzi impazziti sulle nostre teste

L’ultimo razzo, il Lunga Marcia 5b, era stato lanciato lo scorso 29 aprile. Aveva fatto il suo dovere, ovvero era riuscito a posizionare il primo tassello della stazione spaziale. Poi però è ricaduto senza alcun controllo sulla Terra, schiantandosi fortunatamente nell’Oceano Indiano. Lo stesso era avvenuto con Marte nel 2020. Paolo D’Angelo, storico dello spazio, ha spiegato a Il Messaggero che “non è la prima volta che capita un caso del genere. A causare questo tipo di grana è il fatto che la tecnologia spaziale cinese non ha previsto per i lanciatori Lunga Marcia una benché minima forma di controllo”. All’inizio della pandemia, un altro razzo, sempre fatto in Cina, si era schiantato sulle spiagge della Costa d’Avorio. Anche in quella occasione non aveva creato problemi alle persone.

“Si tratta di un vettore costituito principalmente da due grossi stadi con quattro razzi laterali. Il core centrale è quello che spinge il carico nello spazio ma non arriva a distanze enormi e quando scende sotto la quota di 180/190 chilometri dalla Terra non è più controllabile. A poco a poco si avvicina sempre di più all’atmosfera con i risultati che tutto ciò comporta” ha spiegato l’esperto. In teoria dovrebbe disintegrarsi a contatto con l’atmosfera terrestre ma, essendo molto grosso, il rischio è che l’involucro si frantumi completamente, ma che per altri pezzi, come per esempio il motore fatto con materiali resistenti, non avvenga la stessa cosa. Qualche detrito potrebbe quindi atterrare sulla superficie terrestre e magari non in zone disabitate.

Non è un problema solo della Cina

Non sarebbe però solo un problema cinese. Umberto Guidoni, uno dei tre astronauti italiani che ha volato a bordo dello Shuttle, ha infatti precisato che “in realtà a cadere sono anche i razzi degli altri. Ricordiamo il caso del satellite russo Cosmos 954 che nel gennaio del 78 mise in allarme l’intero Canada in quanto era alimentato da combustibile nucleare. Si schiantò in una zona dei North West Territories contaminando un’area di oltre 120 mila chilometri quadrati. Nel caso di questi giorni, va detto che il lanciatore cinese finito in un’orbita non stabile non procurerà problemi del genere. Del resto, a parte i lanciatori di Space X, tutti gli altri finiscono in malo modo ma con un minimo di controllo al rientro. Ricordo che circa 130 serbatoi dello Shuttle si trovano ancora nei fondali dell’Oceano Indiano”.

Insomma, una cosa è però chiara: sopra di noi ci sono razzi, satelliti e frammenti di spazzatura spaziale che potrebbero da un momento all’altro arrivare sulla Terra. E sembrano interessare tutte le orbite possibili, dai 200 ai 36mila chilometri. Tra l’altro, viaggiano a una velocità di oltre 28mila chilometri orari. Sopra le nostre teste ci sarebbero quindi 30mila detriti superiori ai 10 centimetri, più di 600mila pezzi che vanno da uno a dieci centimetri e qualche centinaio di milioni che sono invece più piccoli di un centimetro. Senza contare i vari oggetti che gli astronauti sono riusciti a perdere nello spazio durante le loro missioni.

Il professor Roberto Battiston, ex presidente dell’Asi, l’Agenzia spaziale italiana, ha spiegato a Quotidiano.net che “alle agenzie spaziali private ripulire lo spazio interessa relativamente per via di forti investimenti che sono necessari. Se ne stanno occupando le Agenzie nazionali che stanno portando avanti dei progetti che sono in fase di studio avanzato. Si parla di costruire i prossimi satelliti con un sistema particolare che, a fine vita, li proietti in un’orbita cimitero dove non costituiscano un pericolo per il futuro.

Un altro studio è quello di mandare nello spazio particolari satelliti che con dei laser polverizzino i frammenti più grandi”. Ha poi continuato chiarendo che di grandi detriti sulla Terra ne cadono pochi e che “i rientri di grandi pezzi sono tutti quelli dopo la fase di lancio, che generalmente finiscono negli oceani essendo il nostro pianeta per tre quarti composto di acqua. Certo, può capitare anche che per errore il rientro programmato non funzioni alla perfezione ma, ripeto, i frammenti sono sempre finiti nel Pacifico”. Saranno contenti i pesci e tutti gli abitanti degli oceani.

Se l’è vista brutta l’astronave

La spazzatura nello spazio potrebbe però creare non pochi problemi ai satelliti e alle missioni con astronauti. Il 12 marzo del 2009, il pericolo fu tangibile. In quella occasione la Nasa si trovò costretta a ordinare agli astronauti della Stazione orbitante l’immediata evacuazione. E per diverso tempo si rintanarono sulle capsule di salvataggio. Il motivo? L’avvicinamento di un detrito che avrebbe potuto colpire l’astronave, che alla fine venne per fortuna solo sfiorata. In tutto il mondo ci sono però monitoraggi continui, H24, che controllano la situazione nel cielo, sia da parte degli americani che degli europei. I detriti grandi sono facilmente rilevabili. Discorso diverso per quelli piccoli ma, come detto prima, nella maggior parte dei casi si incendiano quando vengono a contatto con l’atmosfera terrestre.

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