La sua storia è delirante, contraddittoria e inverosimile. Ma le toghe di sinistra “premiano” il clandestino con l’asilo

Dunque in sintesi il racconto del migrante è “intriso di contraddizioni”, pieno di “elementi vaghi e generici”, in sostanza di totale “scarsa attendibilità”. Inoltre alcune circostanze della sua storia “appaiono inverosimili”. Eppure. Eppure a novembre del 2019 il Tribunale di Lecce, sezione specializzata in materia di Immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini in Ue, ha concesso per “gravi motivi umanitari” il permesso di soggiorno ad un nigeriano che per ottenere asilo ha riferito una storiella “contraddittoria”, “vaga”, “poco attendibile” e “inverosimile”.

Più si percorre questa splendida strada delle sentenze sul diritto di asilo più si scopre qualcosa di nuovo. Dal migrante che sarebbe dovuto diventare sacerdote dell’oracolo di Ogbunabali al guerrigliero del Mend, passando per quello che temeva le violenze di un re imprigionato fino all’immigrato in balia della setta degli Ogboni. Oggi raccontiamo la vicenda di Kamil, nome di fantasia di un richiedente asilo originario dell’Abia State in Nigeria. Di fede cristiana, partito dal suo Paese a febbraio del 2016, è approdato in Italia a ottobre dello stesso anno. Il suo passato, per sommi capi, come riportati nella sentenza, è segnato dalla morte del padre nel 2008, ucciso perché si sarebbe rifiutato di “prendere il posto del sacerdote di un culto pagano che adorava un idolo”. Kamil a quel punto si trasferisce nell’Enugu State e poi a Lagos. E, “dopo essere stato coinvolto in un incidente”, decide di venire da noi clandestinamente. Non vuole tornare a casa, ovviamente. Quindi presenta la domanda di protezione internazionale perché “in caso di rientro nel suo villaggio teme di essere rifiutato dagli anziani che nel 2008 lo avevano allontanato”. Nel maggio del 2018, però, la Commissione territoriale gli nega ogni tipo di asilo, quindi a rigor di logica Kamil dovrebbe lasciare l’Italia. Invece si rivolge al Tribunale, che esamina il caso un anno dopo. E lo rende felice.

I tre giudici escludono lo status di rifugiato, visto che “i fatti narrati dal richiedente non attengono a persecuzioni di razza, nazionalità, religione, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale”. Lo stesso fanno per la forma della “protezione sussidiaria“, tipo di accoglienza dedicato a quei migranti che – se tornassero a casa – correrebbero un “rischio effettivo di subire un danno grave” (condanna a morte, tortura, trattamenti inumani, conflitti in corso e via dicendo). Kamil infatti non ha fornito alcuna prova in questo senso. Anzi. Il suo rapporto puzza di bugia. Ed è qui che la sentenza si fa interessante.

I giudici scrivono testualmente: “Occorre tenere conto della scarsa attendibilità del racconto del richiedente intriso di contraddizioni e di elementi vaghi e generici”. In pratica “appaiono inverosimili” diverse circostanze: primo, il fatto che Kamil “abbia lasciato il suo paese dopo essere stato allontanato dal suo villaggio dagli anziani a causa della condotta tenuta dal padre”, vista la “narrazione vaga e superficiale fatta”; secondo, non convince che “il padre sia stato realmente ucciso dagli anziani del villaggio, tenuto conto del fatto che tale affermazione del richiedente si fonda su meri sospetti”; terzo, appare inverosimile che la casa di Kamil “sia stata incendiata e che gli autori siano rimasti fuori dall’abitazione pur essendo a conoscenza che dentro non vi fosse alcuno”; quarto, ancora più strano suona il fatto che “gli anziani del villaggio abbiano deciso di uccidere il padre” del migrante “malgrado questi avesse manifestato l’intenzione di lasciare il villaggio, opzione che gli anziani gli avevano prospettato”. Per i magistrati “le rilevate contraddittorietà e lacune” non riguardano “dettagli insignificanti o suscettibili di ricordi imprecisi”: sono “lacune e contraddizioni” su “circostanze importanti”. Quindi non possono passare impunite. E per questo ed altri motivi a Kamil viene negata pure la protezione sussidiaria.

Ora, viste le premesse, penserete che il migrante dalla “scarsa attendibilità” sia stato rimandato indietro. Invece no. Perché alla fine un escamotage lo si trova lo stesso: si chiama “protezione umanitaria”. Vista la storia personale del nigeriano, valutato il suo “percorso integrativo” in Italia, considerata la “situazione di instabilità e di violenza localizzata” in Nigeria e l’assenza di procedimenti penali o di polizia a suo carico, per i giudici Kamil merita comunque un permesso di soggiorno visti i “gravi motivi umanitari che impediscono il suo rientro nel Paese di origine”. E questo nonostante abbia raccontato al Tribunale, dunque allo Stato, una storia “inattendibile”, “contraddittoria”, “vaga”, “generica” e “inverosimile”. Ormai le bugie non hanno più le gambe corte: hanno un permesso di soggiorno.

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