“Gli agenti mi hanno picchiato” Assolti dopo 17 anni di incubo

La grave accusa di un uomo che riferisce di essere stato brutalmente pestato da due poliziotti. Inizia così il calvario giudiziario durato ben 17 anni, che ha visto protagonisti due poliziotti, all’epoca dei fatti in servizio presso la squadra volanti della questura di Catanzaro.

La Corte d’Appello di Catanzaro ha messo fine a un vero e proprio incubo pronunciando la sentenza di assoluzione nei confronti degli agenti, con formula ‘il fatto non sussiste’.

La vicenda vede inizialmente coinvolti tre appartenenti alla Polizia di Stato con l’accusa di minacce, lesioni e sequestro di persona. Intervenuta la prescrizione sui fatti contestati, due di loro vi rinunciano per andare fino in fondo e dimostrare la loro estraneità e innocenza. Nel dicembre 2018, però, arriva il verdetto del tribunale ordinario di Catanzaro: i due agenti, Antonio Porto e Tommaso Lupelli, vengono condannati a 1 anno e 8 mesi.

Una storia che, seppure conclusasi nel migliore dei modi, è durata anni difficilissimi. I due poliziotti, infatti, durante la fase delle indagini, sono stati anche sottoposti al regime dei domiciliari, in seguito revocati dal Tribunale del Riesame.

Tutto ha inizio nella notte tra il 10 e l’11 giugno del 2003. Gli agenti Porto e Lupelli, in servizio, ricevono una segnalazione su alcuni soggetti sospetti che si aggirano tra le auto in sosta. Decidono di portarsi sul posto e, durante il tragitto, incrociano un uomo, un personaggio noto e tossicodipendente in cura presso il Sert.

Conoscendolo e avendolo già tratto in arresto qualche anno prima per una lite in famiglia, capiscono che non vi è pericolo, in quanto non si tratta di una persona dedita al furto e gli chiedono semplicemente se avesse visto qualcuno o qualcosa. Dopodiché, faranno rientro in Questura.

L’indomani, quest’uomo, con un referto medico e sei giorni di prognosi, denuncia gli agenti raccontando di essere stato fermato, picchiato, insultato, caricato in macchina e condotto in una località a 10 chilometri da Catanzaro dove, sarebbe stato fatto scendere dall’auto, picchiato ancora e poi abbandonato lì.

Questa versione dei fatti resa in un primo momento, è stata in seguito ritrattata e poi confermata nuovamente. L’accusatore avrebbe giustificato questo atteggiamento riferendo di essere stato minacciato da uno dei due poliziotti, con la richiesta di ritirare la querela.

Durante il primo processo che ha poi portato alla condanna in primo grado dei due agenti, sono stati ascoltati tre testimoni dell’accusatore, tutti tossicodipendenti e gli altri poliziotti della questura che quella sera hanno avuto contatti con i due agenti.

Sono state anche ricontrollate le conversazioni radio e, seppure emersi elementi di riscontro con quanto detto dai poliziotti imputati in loro difesa, il giudice ha ritenuto credibile l’accusatore e i suoi testimoni, affermando, in sentenza, che la tossicodipendenza di un soggetto, non pregiudica la sua credibilità, semmai lo rende poco attendibile e che “l’inattendibilità di alcune dichiarazioni può lasciare impregiudicata l’idoneità accusatoria di altre, ma soprattutto non pregiudica il nucleo fondamentale del racconto”.

Al contrario, le tesi difensive, e le testimonianze degli altri poliziotti, per il giudice sarebbero state fragili.

Subentrato in fase di appello, avverso la sentenza di condanna, l’avvocato Eugenio Pini, difensore del poliziotto Antonio Porto, ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, evidenziando una serie di punti nelle memorie difensive: primo fra tutti la condizione psicofisica del primo testimone indicato dall’accusatore, ossia la sua fidanzata, anche lei tossicodipendente e in uno stato tale da non permetterle di testimoniare in dibattimento.

Ancora, l’indicazione dei restanti due testimoni anche loro tossicodipendenti e con precedenti penali, solo in sede di incidente probatorio e a quattro mesi di distanza dai fatti denunciati. I due, una coppia, mai nominata prima dall’accusatore, avrebbero tra l’altro reso dichiarazioni divergenti, dicendo prima di non aver visto alcun contatto tra poliziotti e l’accusatore, per poi dichiarare in seguito di aver assistito a spintonamenti. Mai nessuno però, ha dichiarato di aver visto i poliziotti caricare l’uomo in macchina.

Nonostante ciò, il sostituto procuratore generale e la difesa dell’uomo che ha denunciato i fatti, hanno chiesto la conferma della sentenza di primo grado, ma analizzati questi elementi e le varie discrasie tra le testimonianze, la Corte di Appello di Catanzaro, ha accolto l’istanza dei difensori dei due agenti, pronunciando sentenza di assoluzione.

“Oggi è il più bel giorno della mia vita, finalmente è stata scritta la parola fine – fa sapere tramite il suo legale, Antonio Porto, uno dei due poliziotti coinvolti – Ho lottato con tutte le mie forze per la verità. 17 anni 3 mesi e 17 giorni sono tanti, solo io so cosa ho dentro. Questa giornata la dedico a me che non mi sono mai arreso. Viva la Polizia di Stato”.

Soddisfazione per la sentenza arriva anche dall’avvocato Eugenio Pini, difensore di Porto: “Il pensiero, in prima analisi, va agli agenti di Polizia e alle loro famiglie per i momenti bui che hanno dovuto affrontare. Non si può poi tacere il grave nocumento arrecato all’apparato di sicurezza a seguito della sentenza di condanna di primo grado che, grazie alla Corte di Appello di Catanzaro, attenta e puntuale, è stata riformata”.

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