Funivia Stresa Mottarone, forchettoni inseriti anche in passato. Il sospetto della Procura: “Manomissione dei freni non occasionale”

I responsabili della funivia Stresa Mottarone hanno giocato col destino e la morte per anni. Secondo la Stampa, gli inquirenti stanno coltivando un tragico dubbio: che il freno disattivato con i forchettoni ancora inseriti, che ha causato la caduta della cabina domenica all’ora di pranzo, provocando la morte di 14 dei 15 passeggeri, non fosse un caso isolato e nemmeno un’abitudine dell’ultimo mese, come dichiarato dagli stessi tre proprietari, soci e dirigenti in stato di fermo. In sostanza, la Procura di Verbania ha motivo di credere che il trucco ammesso da Luigi Nerini, Enrico Perocchio e Gabriele Tadini “per evitare che le corse si fermassero a causa di un’anomalia” fosse stato adottato in svariate occasioni anche in passato, ogni qual volta ci fosse un problema tecnico che avesse richiesto la sospensione dell’attività per risolverlo. Modus operandi chiaro: se c’è il segnale che qualcosa non va, basta tacitare quel segnale inserendo i forchettoni. Nella speranza che “l’eventualità su un milione” che il cavo si spezzi non si verifichi.

“Disattivare il freno era la soluzione più semplice e veloce – spiega la Stampa -. E meno costosa. L’ipotesi si è fatta strada alla vigilia del primo sopralluogo, ieri pomeriggio, dell’esperto nominato dalla Procura di Verbania”, un sopralluogo affidato al docente del Politecnico di Torino Giorgio Chiandussi, che ha controllato le lamiere della cabina insieme a carabinieri, soccorso alpino e protezione civile. Già venerdì mattina la sua relazione potrebbe arrivare sul tavolo della procuratrice Olimpia Bossi, alla vigilia dell’interrogatorio ai tre indagati. Al momento gli unici, anche se voci che filtrano dalla Procura parlano di possibili sviluppi e nuove iscrizioni.

Da indagare anche le cause che hanno portato il cavo d’acciaio, cambiato l’ultima volta 23 anni fa, a spezzarsi. Chiandussi “si è concentrato vicino alla testa fusa”, sopra le teste dei passeggeri. È un segmento di circa 50 centimetri, quello “più vicino al braccio che sovrastando la cabina si aggancia alla fune portante”. È lì che il cavo traente, rompendosi, ha causato lo scivolamento all’indietro della cabina (laddove sarebbero dovuti intervenire i freni d’emergenza), fino al pilone precedente, allo scarrucolamento e alla caduta. “Che ceda il cono – spiegano gli sperti – è praticamente impossibile, che abbia problemi il primo tratto di fune appena oltre il blocco prodotto con la fusione è più comprensibile perché è proprio quel pezzo che sfugge alle verifiche magnetoscopiche, e che per questo va rifatto ogni 5 anni”.

 

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