Ferrara, “case popolari agli italiani”: la svolta del leghista Fabbri per “ristabilire l’equità”

A Ferrara il diritto alla casa popolare torna ad essere appannaggio soprattutto delle famiglie italiane. O meglio, delle famiglie residenti in città da più anni. Protagonista di questa piccola ma significativa rivoluzione – «rivoluzione dolce», come lui stesso l’ha definita – è il sindaco leghista Alan Fabbri. La modifica al regolamento comunale, basato su nuovi criteri di assegnazione legati per l’appunto alla residenza storica e ad altre criticità dei richiedenti, ha dunque portato proprio cittadini italiani ai primi 157 posti della graduatoria per gli alloggi Acer. «Abbiamo ottenuto un risultato rivoluzionario – ha subito commentato il primo cittadino di Ferrara, che nel 2019, con la sua elezione, ha interrotto dopo 73 anni il monopolio della sinistra al governo della città, – e ristabilita equità sociale tra italiani e immigrati. Equità che era stata cancellata negli anni dai finti buonismi delle amministrazioni Pd. Noi abbiamo finalmente garantito il diritto alla casa alle famiglie che da più tempo risiedono nel nostro Comune e che da anni erano penalizzate».

Le domande raccolte sono state in totale 746, e tra i primi 157 assegnatari ci sono anche nuclei stranieri che hanno acquisito la cittadinanza. Ma soprattutto ci sono famiglie con disabili e tanti anziani in difficoltà: ben 33 gli over 65 e 57 gli over 60. Tra i primi 50 assegnatari, 33 nuclei familiari presentano un Isee minimo e si trovano in grave stato di indigenza. Ma attenzione: non si tratta certo di una discriminazione su base etnica. «Il criterio della residenzialità storica valorizza chi da più tempo abita nella nostra città, italiano o immigrato che sia, e chi lavora e vive Ferrara contribuendo alla sua crescita e al suo sviluppo – precia il sindaco – assegnando un punteggio per ogni anno di vita trascorso a Ferrara. Oltre a questo, abbiamo valorizzato le giovani coppie e i nuclei monogenitoriali, compresi quelli di separati con figli, andando incontro a quelle che sono le nuove e reali necessità della popolazione. La casa popolare non deve più essere considerata un servizio dedicato quasi esclusivamente alle famiglie immigrate, ma a disposizione di tutti».

In particolare, ad oggi sono 259 le domande accolte in via definitiva, 473 quelle ammesse con riserva e 14 le escluse (per lo più a causa di documenti mancanti). Nel dettaglio, il richiedente più giovane è classe 2001, il più anziano ha 84 anni, mentre sono 21 le giovani coppie che hanno fatto richiesta. Sono poi 119 i nuclei monogenitoriali inseriti in graduatoria, altre 13 sono le domande arrivate da genitori separati con affido congiunto. Rispetto alla precedente 31 esima graduatoria (per la quale le richieste complessive erano 863) le domande presentate da nuclei italiani è salita dal 51% al 58%. In realtà il sindaco leghista aveva già sperimentato il sistema di “assegnazione a punti” durante il suo precedente mandato alla guida del vicino Comune di Bondeno: «Anche in quel caso avevamo ottenuto subito il piazzamento di molti italiani in graduatoria». In Emilia Romagna dal 2015 è in vigore un regolamento regionale che fissa come criterio per poter richiedere una casa popolare un minimo storico di residenza di tre anni. «Per fortuna ci si è resi conto che c’era una disparità e che era necessario fissare altri parametri – spiega ancora Fabbri, – noi con il nostro regolamento abbiamo aggiunto i nostri».

Una curiosità: Ferrara è la città emiliano-romagnola seconda solo a Bologna in termini di patrimonio immobiliare pubblico. Nel 2019 il Comune di Ferrara ha investito oltre 300mila euro in edilizia popolare. Tornando al nuovo regolamento appena sfornato da Fabbri, ieri non sono mancate le reazioni. L’associazione degli studi giuridici sulla immigrazione, la A.S.G.I, attraverso l’avvocato Alberto Guariso, ha fatto sapere che intende impugnare la delibera della giunta Fabbri. Mentre il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, ha dichiarato: «Spero che nessuna famiglia sia stata esclusa per ragioni di razza e nazionalità». Se fosse così, secondo il vescovo, il nuovo bando non aiuterebbe l’integrazione. Immediata la replica del sindaco leghista. «Le parole del vescovo sono frutto di un grave pregiudizio politico nei confronti della nostra amministrazione. Dispiace e lascia stupiti vedere riesumato il concetto di “razza” nel 2021, e in un momento tanto drammatico per il mondo intero causato dalla pandemia». Infine chiosa: «Molti parroci hanno accolto con favore il nostro regolamento. A ognuno il suo ruolo: il vescovo prega, io amministro».

 

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