Ecco l’ultima priorità del Pd: “Chiamatemi ‘la’ presidente”

Dopo il voto ai 16enni e lo ius soli, ecco la terza utilissima priorità del Partito Democratico: specificare con quale articolo determinativo declinare il nuovo capogruppo al Senato.

Dopo aver detto addio al renziano Marcucci, i senatori dem hanno ingoiato il rospo delle quote rosa ed eletto Simona Malpezzi. Neppure il tempo di godersi la nomina che l’ex renziana si è dovuta subito confrontare con il più ardito dei problemi: come verrà chiamata? Presidente o presidentessa?

Ormai si tratta di una domanda che i cronisti rivolgono a tutte le donne elette in cariche pubbliche. Colpa, o merito, di Laura Boldrini (e altre) che sulla declinazione di ministra, sindaca e via dicendo fecero una sorta di battaglia lessicale. Oggi Malpezzi ha deciso che “va bene” se la chiamano “la presidente”. “Penso che anche nel linguaggio ci sia una specificità – ha detto – Nel mio discorso di insediamento ho detto che essere una presidente significa anche portare le istanze di donna nella modalità di fare politica, e quindi anche la costruzione di una leadership al femminile”.

A dire il vero, la sua elezione sembra più imposta dall’alto da un segretario (uomo) che emersa volontariamente dai desiderata del gruppo dem. Altro che “leadership al femminile”. Mai infatti i senatori avrebbero tolto la fiducia a Marcucci: lui, vittima delle quote rosa, ha dovuto lasciare la sedia per colpa di altri uomini che invece si sono ben guardati dal mollare la cadrega. Se oggi Marcucci non è più presidente, lo deve a Franceschini, Guerini e Orlando, che si sono presi i ministeri senza fare spazio a nessuna signora. E ovviamente a Enrico Letta, il quale – per ristabilire la parità tra sessi nel partito maschilista – invece di fare una mossa davvero rivoluzionaria (cioè dimettersi subito in favore di una collega) ha chiesto a due sottoposti di farsi da parte. Facile così: fare il femminista con le cariche degli altri.

Ma torniamo a Malpezzi. Poco importa come verrà nominata: in tempo di Covid le priorità sono altre. Ma questa attenzione alla semantica, più che alla sostanza, dimostra come il Pd abbia perso ogni collegamento con la realtà. La migliore delle lezioni, in fondo, la aveva (inutilmente) concessa il professor Draghi al suo primo discorso da premier: iniziando a parlare a Palazzo Madama ringraziò Maria Elisabetta Alberti Casellati chiamandola “il presidente”, ribadendo peraltro la scelta anche a qualche senatore perbenista che aveva cercato di correggerlo. Il premier dava (e dà) priorità al ruolo istituzionale, non al sesso di chi occupa la carica, come peraltro chiede la stessa Casellati (nel sito ufficiale fa sempre usare il riferimento al maschile). Qui infatti la questione non è come ci riferiremo alla povera Malpezzi, ma il fatto che il partito che da anni si riempie la bocca di belle parole sulla parità di genere non sia stato in grado di fare spazio alle donne. Prima ha nominato solo ministri maschietti, poi ha fatto lo stesso col segretario di partito, infine ha realizzato una toppa peggiore del buco dando alle colleghe solo posti di secondo piano: sottosegretari, vicesegretari, capogruppo per grazia ricevuta. Questo non è femminismo: si chiama ipocrisia.

Bene ha fatto Giorgia Meloni, unica donna leader di partito, ovviamente di destra, a dare una lezione ai colleghi dell’altra sponda. “Io certo ‘femminismo’ della sinistra proprio non lo capisco – ha scritto su Fb – Ma cos’è la parità se non competere ad armi pari per poter eventualmente dimostrare di essere più capaci e meritevoli dei colleghi maschi? Davvero qualcuno pensa che sia parità farsi imporre da un uomo perché donne, e non imporsi sui maschi perché più capaci? Care colleghe del Pd, fate come noi a destra. Misuratevi in campo aperto e dimostrate le vostre capacità. Chiedete che i gruppi votino il nuovo capogruppo e candidatevi, accettando di arrivare solo se i vostri colleghi, liberamente e non per imposizione del segretario del partito, vi votano”.

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