Covid, ecco chi non si ammala ‘La chiave è in una molecola…’

La differenza tra i più suscettibili e chi non si ammala mai sta principalmente in una molecola che funge da barriera contro il virus. “L’immunità innata è importantissima”. Ecco cosa hanno scoperto

Più passa il tempo, maggiori sono le conoscenze sul Covid-19. In questa occasione non tratteremo vaccini, terapie o farmaci ma la suscettibilità di ogni individuo nel contrarre la malattia. È stato scoperto che una piccola percentuale di persone ha una sorta di immunità naturale dal Coronavirus, una specie di corazza come i supereroi che li protegge dall’infezione.

 

Di cosa si tratta

La scoperta fatta da molti ricercatori parla anche italiano ed è sensazionale: alla base dei contagi, tra i tanti fattori, sono determinanti il Dna (codice genetico) e l’interferone, considerata la prima barriera tra noi ed il virus. “Gli individui che mancano di IFN (interferoni,ndr) specifici possono essere più suscettibili alle malattie infettive“, si legge sulla ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Science e considerata tra le 10 maggiori scoperte scientifiche del 2020. Ma procediamo per gradi: sono sempre maggiori le segnalazioni di coppie o intere famiglie in cui una persona si ammala, il coniuge ed i figli prestano aiuto e soccorsi condividendo lo stesso appartamento ma non si ammalano mai pur non indossando alcun dispositivo di sicurezza.

Come è possibile? “Durante le infezioni, sono diversi i fattori che influenzano la suscettibilità all’infezione e ne condizionano il decorso clinico: sa benissimo che nel Covid abbiamo gli asintomatici, i lievi sintomatici, i moderati gravi ed i gravissimi”, afferma al giornale.it il Prof. Giuseppe Novelli, genetista del Policlinico Tor Vergata di Roma e presidente della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano, capogruppo del team italiano degli scienziati di Tor Vergata insieme ad un gruppo di oltre 250 laboratori in tutto il mondo il cui coordinatore principale è il professor Jean Laurent Casanova della Rockfeller University di New York. “Se il virus è lo stesso, cos’è che fa la differenza? È l’ospite, la persona. Non è soltanto la genetica in senso stretto ma anche fattori quali l’età, malattie concomitanti, l’obesità, questi sono i fattori di rischio principali. Oltre a questi, abbiamo le varianti genetiche rare, ognuno di noi è diverso e risponde in maniera diversa all’infezione”, ci dice Novelli.

La risposta è nel Dna

“Abbiamo cominciato a vedere che le differenze genetiche bisogna cercarle nel Dna delle persone”, sottolinea il genetista. Oltre a Tor Vergata, a livello mondiale sono nati dei consorzi internazionali, cioè studi molto grandi, tra popolazioni diverse perché sono necessari grandi numeri. “Per prima cosa abbiamo studiato i casi gravi: in una curva ci sono gli estremi e quelli che stanno in mezzo. Gli estremi sono quelli più interessanti perché la genetica si focalizza sugli estremi per trovare le differenze”, afferma il Prof. Novelli. Il loro oggetto di studio si è focalizzato inizialmente sui pazienti estremamente gravi, le persone che finivano in terapia intensiva o quelle che poi sono morte trovando uno dei risultati più importanti dello scorso anno, citato anche dalla rivista Nature e, come detto, pubblicato su Science. Ma di cosa si tratta?

Ecco i più esposti

“Cosa abbiamo trovato? Il 10-12% dei malati gravi di Covid hanno delle differenze gentiche nella produzione dell’interferone, la prima molecola di difesa che produciamo quando ci infettiamo. La prima linea di difesa non sono gli anticorpi, sono le molecole che cercano di neutralizzare o bloccare il virus”, ci spiega Novelli. L’interferone è conosciuto da oltre 30 anni e non serve soltanto per il Covid ma è un antivirale generico. Il team di ricerca si è accorto che le persone che si ammalavano più gravemente non producevano interferone, “mancava la prima linea di difesa chiamata ‘immunità innata’, ed è importantissima: se è difettosa è chiaro che il virus vive e trova terreno fertile”. La scoperta apre la strada a trattamenti personalizzati: potranno essere selezionati gli individui che hanno questo difetto e trovare delle terapie mirate anche a base di interferone.

Il gruppo sanguigno. “Tanti altri stanno cercando differenze genetiche di suscettibilità più o meno gravi: francesi e tedeschi hanno visto che il gruppo sanguigno 0 è più frequente in quelli che sono più resistenti ad ammalarsi mentre il gruppo A appartiene a quelli più suscettibili”, spiega il Prof.Novelli. Della differenza sui gruppi sanguigni ci occupammo qualche mese fa con un pezzo della collega Dardari (clicca qui). Tra i fattori di rischio, però, il gruppo sanguigno ne conferisce un rischio basso. “Anche se è una bella scoperta serve a poco, l’obesità e l’età costituiscono un rishio maggiore”.

 

Errori congeniti della produzione e dell’amplificazione di IFN di tipo I dipendenti da TLR3 e IRF7

 

Ecco i “resistenti”: il Covid “scappa via”

La cosa più significativa, però, va oltre. “Ci siamo accorti che oltre a queste 4-5 categorie ce n’è un’altra che potremmo definire dei resistenti, e sono quelle persone che sicuiramente sono state esposte, quindi a contatto, con persone che hanno la malattia ma risultano negative al test”. I ricercatori pensano che si tratti di un cluster di individui resistenti i quali, pur essendo stati fortemente a contatto con il contagiato per molto tempo con un positivo o un malato come ad esempio un familiare o un coniuge e senza l’uso delle mascherine, non solo non si sono ammalati ma non hanno nemmeno preso il virus perché non sono asintomatici. “Si è dimostrato che c’è stata un’esposizione certa, che il test molecolare e sierologico sono risultati negativi oltre a tutta una serie di criteri che servono ad identificare bene queste persone chiamate resistenti. Ne stiamo raccogliendo tanti in giro per il mondo per analizzarli geneticametne, mettere insieme i dati e vedere cosa viene fuori”, afferma Novelli.

“Variabilità individuale”. Come è possibile, da cosa dipende questa immunità? “È il bello della genetica, è quella che si chiama variabilità individuale delle persone che non è stata scoperta per il Covid ma esiste anche per molte altre malattie infettive come la tubercolosi, la lebbra, l’Aids. Ma è la nostra fortuna, si immagini se fossimo tutti uguali tra di noi, arriva il virus e ci fa fuori tutti”.

“Stiamo studiando il Dna”

Lo studio deve ancora stabilire quali e quanti geni sono interessati in questo processo e quanto sono frequenti, cioè quanto è frequente in popolazioni diverse, ancora non si sa. Per cominciare a studiare il Dna delle persone è stata necessaria l’autorizzazione del comitato etico: una volta ottenuta, si valutano alcuni criteri per includere o meno i pazienti. “Dal prelievo di sangue studiamo tutto il Dna e vediamo le differenze tra loro e quelli che si ammalano, abbiamo tutte le categorie e le mettiamo a confronto. Lo studio acquista senso con migliaia e migliaia di casi messi insieme. Lo stiamo realizzando in collaborazione con il Bambin Gesù di Roma”, ci dice Novelli, che sottolinea come sia importante valutare attentamente etnie e razze per trovare differenze come il caso dell’Aids. “Nell’Aids c’è un gene chiamato CCR5, è un gene particolare che conferisce resistenza. Questo gene è molto più frequente in Africa e meno in Europa e potrebbe aiutare a capire perché in Africa si ammalano di più”.

Ecco la suscettibilità genetica. Tutti noi abbiamo geni che danno una suscettibilità più o meno maggiore o minore, bisogna capire quali sono questi geni. “A cosa serve questo studio che stiamo facendo? A tre cose: stratificare le persone che si ammalano di più, cioè suddividerle ad alto rischio, rischio intermedio e basso rischio; ad un approccio importante verso la terapia personalizzata, oggi non abbiamo farmaci ma li avremo, ci sono almeno 384 studi clinici sul Covid per quanto riguarda farmaci antivirali. Alcuni di questi potrebbero funzionare su alcuni gruppi e non su altri. La terza ragione è che, scoprire quali sono i geni di resistenza, potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci come succede per l’Aids”, ci spiega Novelli.

Qual è il “peso dei geni”. Il vaccino non serve a curare, serve per far prevenire la malattia a chi è sano. Ma chi si ammala? Anche i geni hanno un “peso”, una loro importanza specifica che dà rischi maggiori o minori di prendere l’infezione con differenze abissali. “Ci sono quelli che danno un maggior rischio e sono considerati “pesanti”: con rischio 1, ad esempio, vuol dire che quelli che hanno l’obesità hanno un rischo in più rispetto ad un altro, in questo caso il doppio; il gruppo sanguigno conferisce un rischio di 0,23 rispetto ad uno, quindi è poco. L’interferone, invece, conferisce un peso intorno a 10, che è tantissimo”, conclude Novelli.

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