“Conte leader del centrosinistra? Farebbe la fine di Monti”

La crisi di governo innescata da Matteo Renzi potrebbe avere dei risvolti che erano del tutto imprevedibili fino a qualche settimana fa.

Un’uscita di Giuseppe Conte da Palazzo Chigi metterebbe seriamente nei guai i giallorossi.

Il progetto di Nicola Zingaretti e del suo consigliere più fidato, Goffedo Bettini, di dar vita a un’alleanza strutturale tra Pd e M5S salterebbe o, quantomeno, sarebbe da rivedere totalmente. Un simile schema, infatti, stando alle dichiarazioni dei due esponenti del Pd, prevede che il premier Conte diventi a tutti gli effetti il leader della coalizione che attualmente lo sostiene, fatta eccezione per i renziani (ovviamente). Sia Bettini sia Zingaretti lo hanno ribadito più o meno esplicitamente in questo anno di governo. “Lo schema lo deciderebbero i partiti in un confronto democratico al loro interno. Per quanto mi riguarda, avanzo un ragionamento logico: l’attuale alleanza ha fatto del bene all’Italia e avrebbe il dovere di ripresentarsi agli elettori. Conte deciderebbe in autonomia il ruolo da interpretare. La sua leadership non è mai stata in discussione. Sarebbe comprensibile che la forza che ha nel Paese si trasformasse in un soggetto politico”, ha dichiarato Bettini lo scorso 27 dicembre a La Stampa. Già in epoca pre-Covid, nell’ottobre 2019, sempre il quotidiano torinese, in un retroscena, riportava queste parole di Zingaretti: “Se Renzi tenta il ribaltone per sostituire il premier, sarò io a portare il paese ad elezioni. E sarò io a lanciare come candidato premier Giuseppe Conte, perché è lui che vincerebbe di sicuro la sfida con Salvini”. Parole che, ora, appaiono quanto mai attuali e che sono molto simili a quanto affermato dal segretario del Pd all’incirca un anno fa al programma Di Martedì: “Giuseppe Conte è il presidente del Consiglio di un nuovo possibile centrosinistra, che secondo me dobbiamo costruire con il protagonismo dei sindaci, da mettere al centro della scena politica, e che ha capito che questo Paese ha bisogno di certezze”.

Chi, però, ritiene che queste sia una “ipotesi del tutto irrealistica” è il filosofo Massimo Cacciari che, sentito da ilGiornale.it, dice: “Sono idee del tutto cervellotiche che possono venire in mente solo a un governista romanocentrico come Bettini che ragiona solo in termini di Palazzo da quando è nato. Sono tutte favole da Transantlantico. Non è pensabile che il Pd possa sostenere una manovra del genere, per quanto palazzinaro, ministeriale e governativo sia diventato”. In caso di elezioni “Pd e Cinquestelle andrebbero ognuno per conto suo e, poi, come è avvenuto per il centrodestra, in base ai risultati, si stabilirebbe chi è il presidente del Consiglio. Non siamo in una repubblica presidenziale. Perché dovrebbero dichiararlo adesso chi farà il premier?”, spiega l’ex sindaco di Venezia che, poi, aggiunge: “Conte mi pare di capire che sta diventando il leader di quella parte di Cinquestelle che vuole continuare l’alleanza col Pd, ma non sappiamo cosa succeda da qui a un anno o a quando si voterà. Se i Cinquestelle regalassero Conte al Pd sarebbero degli sciagurati”.

Anche secondo il sondaggista Alessandro Amadori “la fase leaderistica è finita e le varie forze politiche dovranno lavorare sui progetti”, ma “se – spiega- da un lato non penso (anche se in Italia tutto è possibile) che sia probabile un’uscita di scena del premier Conte, dall’altro darei per certo la formazione di un centrosinistra allargato, un Ulivo 2.0”. “I vari test amministrativi hanno dimostrato che se non si generano nuove alleanze, sia a destra sia a sinistra, non si esce dallo stallo italiano”, ha aggiunto il sondaggista secondo cui tra il centrodestra e i giallorossi non c’è una distanza abissale, meno di dieci punti. In questo contesto, però, nel centrosinistra “non vedo figure che possano sostituire Conte né come premier né come agente federatore per il progetto bettiniano”. Nel M5S, invece, “Di Maio e Di Battista non hanno la caratura di Conte che gode ancora più o meno del 50% di fiducia dell’elettorato”. Secondo Nando Pagnoncelli “il consenso è dovuto al fatto che il premier non viene considerato un uomo di sinistra perché è stato a capo di un governo con una maggioranza diversa da questa”. Ma non solo. “Ora il premier ha un gradimento così elevato anche perché non appartiene a un partito, non è stato eletto e ha un profilo più istituzionale, ma nel momento in cui lui dovesse diventare il leader di una parte politica, perderebbe questo consenso. Lo abbiamo già visto con Monti che, quando ha creato una sua forza politica, ha ottenuto un risultato inferiore rispetto alle attese”, aggiunge il presidente di Ipsos.

Impossibile anche fare un paragone con Romano Prodi, politico di centro che fece il federatore di una coalizione composta da forza, gli ex comunisti e gli ex democristiani, che per anni si erano combattuti aspramente, proprio come il Pd e il M5S. A spiegarcelo è un prodiano doc come l’ex parlamentare Arturo Parisi secondo cui il centrosinistra fatica a trovare un leader “perché il centrosinistra non esiste”. “Una cosa è una maggioranza. Un’altra una coalizione. La prima è una somma di seggi che vive alla giornata in Parlamento. La seconda è un progetto di lunga durata che cerca i suoi consensi tra i cittadini per una riforma del Paese”, sottolinea Parisi che conclude: “Come chiamare coalizione un accordo improvvisato tra gruppi di parlamentari, con un premier fino a ieri al servizio dei suoi peggiori avversari di oggi, e al contempo descritto alla ricerca di nuovi alleati per domani?”.

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