Contagiata con due varianti Covid. È il primo caso al mondo

In Belgio, dove la pandemia di Covid ha finora provocato 1,093,700 contagi e 25,198 morti, è stato accertato il primo caso al mondo di paziente infettato da “due varianti del virus contemporaneamente”. Un caso simile non sarebbe stato appunto mai documentato prima, dato che, nella letteratura scientifica, venivano menzionati solamente casi di pazienti con co-infezione da differenti ceppi del comune virus influenzale. Il soggetto belga vittima della prima co-infezione da Covid accertata era una 90enne non vaccinata, deceduta a marzo presso l’ospedale fiammingo OLV Hospital di Alast; l’anziana, che viveva sola, era stata ricoverata dopo una serie di rovinose cadute e, una volta entrata in reparto, era risultata positiva a due mutazioni del Covid.

Nel dettaglio, come riporta un resoconto sottoposto all’attenzione dell’ultimo Congresso Europeo sulla Microbiologia e le Malattie infettive (ECCMID), la donna era risultata contagiata contemporaneamente dalla variante Alfa del coronavirus, la cosiddetta variante inglese, e da quella Beta (sudafricana). La malcapitata, precisa il medesimo documento, non era vaccinata e non è chiaro come sia stata contagiata, né se sia stata proprio la duplice infezione a determinarne la morte; in base alle ipotesi più accreditate, la donna sarebbe stata infettata da due persone distinte. Entrata all’ospedale di Alast per i postumi di un infortunio, l’anziana, nonostante la positività al tampone, aveva mantenuto buone condizioni di salute, ma il suo quadro clinico sarebbe peggiorato nel giro di pochi giorni, sviluppando problemi respiratori che l’hanno alla fine condotta alla morte.

Soltanto dopo il decesso della 90enne è stato accertato dai dottori fiamminghi, analizzando dal punto di vista genetico il coronavirus presente nei tamponi eseguiti sulla prima, il fatto che nella vittima vi era la contemporanea presenza delle varianti alfa e beta del virus, presenza confermata anche dalla ripetizione degli esami su un altro campione respiratorio della paziente. L’eccezionalità della scoperta è stata quindi ribadita da Anne Vankeerberghen, in servizio proprio presso l’OLV Hospital nonché una delle autrici del resoconto sottoposto all’attenzione dell’ECCMID, che ha dichiarato: “Questo è uno dei primi casi documentati di co-infezione con due varianti del SARS-CoV-2 che destano preoccupazione”. La Vankeerberghen ha poi rimarcato il fatto che non sarebbe stato finora mai citato sulle riviste scientifiche internazionali un caso analogo, anche se, a suo dire, le co-infezioni sarebbero, a livello mondiale, probabilmente “sottostimate” dalle autorità sanitarie dei singoli Paesi; probabili ulteriori casi di co-infezione da coronavirus si sarebbero infatti verificati a gennaio in Brasile, ma su tali episodi non sarebbe stata completata la documentazione descrittiva. “Comunque”, ha chiarito sempre la ricercatrice belga, “il verificarsi di questi casi a livello mondiale è un evento probabilmente sottostimato a causa del limitato ricorso a test per identificare le varianti e a causa della mancanza di un modo semplice di identificare le co-infezioni con il sequenziamento dell’intero genoma”.

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