Catastrofe Covid, superati i centomila morti

Ci eravamo illusi che sarebbe finita presto. Una parentesi nelle nostre vite e poi avanti di nuovo. Oggi l’unica cosa che sappiamo con certezza è proprio questa: l’ epidemia non finisce più e ci circonda da tutti i lati.

Siamo assediati da più di un anno e all’orizzonte ancora non si vede la conclusione.

I bollettini di guerra si susseguono con feroce monotonia e ogni volta è un affacciarsi di necrologi, di lutti, di sofferenze troppo pesanti.

Ogni famiglia ha ormai la sua ferita aperta: la scomparsa di un padre, di un fratello, di un parente. Città e paesi sono disseminati di storie di persone che hanno combattuto ma non ce l’hanno fatta. Un funerale rapido, e qualcuno non ha avuto nemmeno quello, e lacrime frettolose perché gli addii viaggiano con ritmi troppo alti, da catena di montaggio.

Siamo alla sommità dei centomila morti. E tentare paragoni diventa improbo: chissà perché tornano alla memoria i sacrari, come Redipuglia. Migliaia e migliaia di tombe sui gradoni della collina, una selva di nomi e cognomi che sorvoli con la coda dell’occhio perché non hai tempo di soffermarti sulle singole storie.

Siamo a centomila morti, numeri indicibili che rimandano ai due conflitti mondiali.

Ma qui il nemico è silenzioso, subdolo, inafferrabile. Ha fiaccato l’economia del Paese, dell’Europa, del mondo intero, ha fatto regredire commerci, trasporti e globalizzazione, ha messo in crisi le relazioni umane. Perché la generosità è spesso un moto dell’animo ma ha il fiato corto, alla lunga prevalgono interessi e istinti. Siamo passati dai balli sul balcone, tutti insieme, al mi vaccino prima io. Io avvocato, anzi io giudice, o io ottantenne con scandalo dei settantenni.

La prima domanda da farsi, a questo punto, e quando ne usciremo e l’accelerazione dei vaccini sembra essere l’unica soluzione ragionevole.

Ma fiale e iniezioni non riempiono tutto lo spazio della nostra incertezza, della nostra ritrovata fragilità, della nostra inquietudine che forse, con i suoi punti di domanda birichini, è la miglior compagnia di questa durissima prova.

Non siamo cambiati in meglio, abbiamo imparato dai nostri errori ma fino a un certo punto e i colori del pessimismo – l’arancione, l’arancione scuro e il rosso – fagocitano le altre sfumature.

Anche la scienza, che pure sta facendo miracoli con la corsa all’immunizzazione, ha mostrato e mostra i suoi limiti, le sue vanità, il suo respiro affannoso.

Ma proprio la memoria di quelle troppe vittime che se ne sono andate in una solitudine aspra e sconvolgente, in un letto d’ospedale senza un figlio o un Padre a tenere loro la mano, dovrebbe spingerci più in là. Con umiltà ma anche con l’inscalfibile determinazione di chi non vuole rassegnarsi a perdere per sempre la normalità, il benessere conquistato col sudore, lo scintillare di giornate faticose ma anche promessa di divertimento, incontri, feste ed eventi. L’imprevisto, evocato da Montale in una poesia celeberrima.

Qualche settimana di strettoie e divieti, poi, forse, la svolta arriverà davvero. E i vaccini confineranno il virus sempre più lontano. Ai margini. Senza più la possibilità di azzannarci, come è accaduto troppe volte.

A ben guardare abbiamo già ricevuto in dono un tesoro da parte di tanti che nemmeno conoscevamo: medici coraggiosi e infermieri colmi di umanità, volontari intraprendenti e negozianti col cuore, vicini di casa sfuggiti all’anonimato più grigio per darci un aiuto quando serviva. Vecchi avvolti dalla fierezza fino all’ultimo respiro. Qualcosa, pur davanti a quel numero sterminato di croci, abbiamo imparato: davvero la vita è più grande di qualsiasi formula e nessuna mancanza può sconfiggerla. O appiattirla nello scetticismo. Non è retorica o ottimismo caramelloso, ma forse l’insegnamento più prezioso di questa interminabile crisi.

 

ilgiornale.it

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